Il problema dei prodotti cosiddetti “crafty”, ossia realizzati da industrie ma fatti percepire al pubblico come artigianali, è emerso con forza nel settore della birra, ma non ha tardato ad affacciarsi anche in altri ambiti, come abbiamo notato anche nel mondo dei gelati. In Italia la situazione birraria è almeno regolamentata da una legge specifica -che definisce come artigianale una birra prodotta in un birrificio indipendente con una produzione non superiore ai 200 mila ettolitri l’anno- rivelando comunque molte criticità nell’applicazione, soprattutto nel periodo estivo, in cui tra feste ed eventi all’aperto molta birra industriale o dalla provenienza incerta viene promossa come craft.
Stupisce quindi che in un paese dalla forte cultura birraria come il Regno Unito non esista una vera regolamentazione sullo status artigianale dei birrifici, creando un’area grigia normativa di cui si approfittano le industrie, a discapito del consumatore quando si trova davanti alle spine di un pub. Un problema emerso dall’ultimo rapporto del CAMRA, principale associazione per la promozione della tradizione birraria inglese.
Il CAMRA lancia l’allarme

La ricerca delinea un panorama in cui il patrimonio brassicolo del Regno Unito sembra essere stato svenduto a grandi multinazionali che hanno poco interesse per le tipicità locali. Ash Corbett-Collins, presidente dell’associazione, esprime chiaramente il sentimento di frustrazione che anima molti appassionati: “Come consumatori, siamo arrabbiati. E questo perché abbiamo molto di cui essere arrabbiati”. Un’esasperazione che nasce dalla constatazione di come i giganti globali dominino il mercato, inondandolo di birre uniformi e poco ispirate, mentre utilizzano campagne di marketing da milioni di sterline per indurre i consumatori a credere di acquistare prodotti indipendenti.
Il fenomeno della falsa provenienza è uno dei punti più critici toccati dall’indagine. Marchi che si presentano con un’estetica esotica o artigianale sono in realtà prodotti su scala industriale in stabilimenti britannici. È il caso di birre come la Madri, commercializzata come l’anima di Madrid ma prodotta a Tadcaster, nello Yorkshire, da un colosso come Molson Coors. È lo stesso termine craft ad essere diventato ambiguo, poiché sette delle dieci birre artigianali più vendute nel Paese sono prodotte da appena quattro grandi conglomerati globali. Questa strategia permette ai grandi produttori di occupare spazi che i consumatori vorrebbero destinare ai birrai indipendenti, i quali, nonostante la loro capacità di innovazione e l’uso di ingredienti di alta qualità, restano spesso esclusi dai canali di vendita principali.
Le barriere all’ingresso per i piccoli produttori non sono solo di natura commerciale, ma anche strutturale e contrattuale. Pratiche come il double marginalisation e il full-line forcing rendono i prezzi per i consumatori più elevati rispetto a un mercato realmente competitivo, e molti pub che appaiono indipendenti sono in realtà vincolati da accordi di fornitura o da contratti per la manutenzione delle linee di spillatura, come quelli gestiti da società co-proprietà di Heineken e Carlsberg, che limitano drasticamente la libertà di scelta del gestore. Questo sistema crea un mercato distorto in cui l’efficienza viene sacrificata a favore di modelli di business che privilegiano i grandi volumi a scapito della qualità e della diversità.
Di fronte a queste accuse, le grandi aziende difendono la loro posizione sottolineando la trasparenza delle proprie etichette. Asahi, ad esempio, ha risposto affermando che “Crediamo in un mercato della birra diversificato e fiorente che includa birrai indipendenti, regionali e internazionali, dove i consumatori abbiano la libertà di scegliere le birre che preferiscono. La proprietà è dichiarata chiaramente sulla confezione di tutti i nostri marchi venduti nel Regno Unito”. Tuttavia, CAMRA ritiene che sia necessario un intervento governativo e un’indagine formale da parte dell’autorità garante della concorrenza per rompere l’oligopolio attuale.
Come sta la birra artigianale in UK

Oltre alla questione della birra crafty, il rapporto presenta dati che descrivono un declino strutturale impressionante: dal 1979 la produzione annuale di birra nel Regno Unito è scesa da 68.900 a 36.100 ettolitri, con un dimezzamento delle pinte prodotte. Il consumo pro capite è crollato dai 122 litri dell’epoca ai 63 attuali, un calo che ha visto la birra cedere il passo al vino, il quale nel 2020 ha superato per la prima volta la bionda bevanda nel mercato degli alcolici.
Mentre nel 1990 l’industria era per il 96% di proprietà britannica, oggi oltre l’80% della produzione è in mano a sussidiarie di multinazionali straniere, e nonostante esistano circa 1.600 birrifici indipendenti nel Regno Unito, la loro quota di mercato complessiva rimane bloccata intorno al 7%, sebbene la domanda dei consumatori suggerirebbe un potenziale del 20% se la vendita fosse libera. A questo si aggiunge un carico fiscale sproporzionato: il Regno Unito impone tasse sulla birra dieci volte superiori rispetto a nazioni produttrici come la Germania o il Belgio.
Il futuro dei pub e della birra britannica dipende, secondo il rapporto, dalla capacità di restituire trasparenza e libertà di mercato. Corbett-Collins conclude con un appello alle istituzioni affinché agiscano concretamente: “I normali bevitori vengono penalizzati quando si tratta di scelta e qualità al bancone. Il nostro rapporto dimostra come i player globali stiano sfruttando lo status quo per spremere i birrai indipendenti, a scapito dei normali gestori di pub e dei bevitori di birra. Il governo deve farsi avanti, iniziare a prendere sul serio la questione e intraprendere azioni che corrispondano alle loro dichiarazioni sul sostegno ai pub e alle comunità che servono”.

