L’Unione europea ha finanziato il progetto MINAGRIS (Micro- and Nano-plastics in AGRIcultural Soils), un lavoro quinquennale che si è appena concluso, che ha prodotto un sacco di materiale scientifico riassunto in 22 pubblicazioni peer-reviewed. Il progetto ha analizzato 227 campi agricoli in 11 Paesi europei e in tutti ha trovato microplastiche.
La presenza delle microplastiche nel terreno è dovuta sia alle pratiche agricole che, ovviamente, al fatto che le microplastiche sono ormai diffuse in ogni ambiente terrestre e marino. Uno di questi 22 paper è per esempio relativo a uno studio condotto in Svizzera che ha analizzato suoli lungo strade cantonali e ha rilevato che i campi con i livelli più elevati di particelle derivanti dall’usura degli pneumatici presentavano anche i livelli più elevati di altre sostanze chimiche tossiche (idrocarburi policiclici aromatici) e metalli.
Dunque la tesi è che le microplastiche non inquinano solo per la loro mera presenza, ma contribuiscono ad aumentare anche la presenza di altri inquinanti nel suolo, che distruggono la capacità produttiva dei terreni, ovvero la fertilità della terra.
Come mai le microplastiche distruggono i terreni?
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Edoardo Puglisi, partner del progetto MINAGRIS e professore di microbiologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, ha spiegato al Guardian che più piccole sono le microplastiche, più tendono ad assorbire sostanze inquinanti, microrganismi e DNA, dando origine a un «effetto cavallo di Troia che può potenzialmente aumentare la diffusione di patogeni e geni di resistenza agli antibiotici».
In sostanza, i ricercatori hanno scoperto che sulla superficie delle microplastiche (chiamate plastisfere) si creano nuovi habitat microbici in cui interagiscono tra loro plastica, microrganismi e fitofarmaci. Dentro queste plastisfere sono stati trovati anche molti più geni resistenti agli antibiotici.
E veniamo dunque alla fertilità dei campi: nei terreni dove sono presenti le microplastiche, i lombrichi non svolgono adeguatamente il loro lavoro, e sappiamo quanto invece questo sia fondamentale per determinare la composizione del microbioma del suolo e le sue funzioni ecologiche.
E infine, ovviamente, il problema si ripercuote sulle piante. Il progetto MINAGRIS ha inoltre rilevato che le microplastiche possono influenzare la crescita e il funzionamento delle piante, per esempio nella lattuga si è ridotta la superficie fogliare, il contenuto di clorofilla e in generale la biomassa; tutte caratteristiche che rendono le piante meno resistenti alle condizioni di siccità, che sono quelle a cui andremo sempre più incontro con il cambiamento climatico. In sostanza le microplastiche sono un altro fattore che contribuisce a rafforzare l’idea che andremo presto incontro ad una carestia, se non interveniamo profondamente.
Come intervenire sulle microplastiche nel suolo?
C’è anche un’altra brutta notizia: il tentativo di sostituire la plastica comune con quella biodegradabile non funziona, le plastiche biodegradabili infatti si degradano anche loro in microplastiche.
Il grido d’allarme dei ricercatori è dunque quello per cui le microplastiche sono praticamente impossibili da rimuovere dal terreno una volta che ci sono dentro, dunque la politica deve assumere il ruolo di impedire che la situazione peggiori. Il modo in cui farlo è sicuramente procedere con un monitoraggio standardizzato della plastica in tutti gli Stati europei, oltre a una valutazione del rischio su tutti i prodotti e gli oggetti usati in agricoltura al fine di evitare quelli dannosi.

