di Cinzia Alfè 5 Maggio 2018

Non si tratta di essere irrispettosi. Ma è mica è colpa nostra se oggi, quando si parla di Svezia, la prima cosa che viene in mente non sono gli antichi vichinghi o il sistema di welfare dei popoli nordici, bensì Ikea.

Anzi, per essere precisi, le polpette di Ikea –le köttbullar–, piccoli bocconcini di carne diventati il piatto nazionale svedese e smerciati nel rispettabile numero di due milioni circa al giorno (sì, al giorno).

Ebbene, ieri il governo svedese ha abbattuto un mito, affermando che le famose polpette non sarebbero affatto di origine autoctona. Deriverebbero invece da una ricetta che re Carlo XII, nientemeno, avrebbe portato in Svezia dalla Turchia agli inizi del 1700.

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La notizia è stata accolta in modi diversi dai sudditi svedesi, tra chi è arrivato a dire “la mia vita è stata tutta una bugia” e chi invece non ha fatto caso alla paternità ma guarda alla sostanza.

Anche perché le polpette svedesi, qualunque sia la paternità e preparate con tre tipi di carni (vitello, manzo e maiale), e arricchite con mollica di pane bagnata nel latte, cipolla soffritta, patate bollite, uova e erbe aromatiche, piacciono davvero a tutti,

Anche se in fondo sono comunque simili a quelle che siamo abituati a vedere sulle nostre tavole.

Ma se in Svezia le reazioni sono state variegate, se ne sono registrate di unanimi in Turchia, dove la notizia è stata accolta con compiacimento, tanto da portare alla richiesta di cambiare nome ai bocconcini di carne, da Köttbullar a kofte. Alcuni addirittura, come il presidente dell’Agenzia turca per la cooperazione, si sono spinti a chiedere al colosso svedese di bloccare produzione e vendita delle polpette contese, smettendo di spacciarle come specialità svedesi.

Del resto, lo scippo pare evidente, almeno agli storici dell’università di Uppsala, secondo cui nel 1709 il re svedese Carlo riparò con il suo esercito nel territorio oggi corrispondente alla Moldova, sotto il governo dell’impero ottomano, e da lì prese la ricetta delle polpette portata in patria cinque anni più tardi, come già aveva fatto per una bevanda allora sconosciuta, il caffè.

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Ma se gli svedesi ammettono e i turchi gongolano, c’è anche chi è scettico, come Alberto Capatti, presidente della Fondazione Gualtiero Marchesi nonché storico dell’alimentazione, serafico nel dire al Corriere della Sera come le polpette siano diffuse ovunque e a qualsiasi latitudine, costituendo una sorta di patrimonio dell’umanità, e come quindi non abbia alcun senso attribuirle a quella o quell’altra nazione.

[Crediti | Il Sole24Ore, Corriere della Sera]