Alla fine lo chef Paolo Cappuccio non aveva mica tanto ragione. Lui che rivendicava la libertà di scegliere con chi lavorare, o con chi non lavorare, e nello specifico chiedendo di non lavorare con gay e comunisti. Non aveva ragione lui, e noi gliel’avevamo pure detto. Ma niente, lui era andato avanti per la sua strada, che alla fine lo ha portato dritto dritto in Tribunale, dove si è deciso che dovrà pagare al sindacato 6000 euro, a titolo di risarcimento per il “carattere discriminatorio” del suo annuncio di lavoro.
Qualcuno peraltro la definisce una sentenza storica, perché alla fine è vero che non se ne vedono poi così tante, di vicende in cui si fa rispettare realmente il D.Lgs. n. 216/2003, ovvero quello in cui si dispone per legge che, per quanto concerne l’occupazione e le condizioni di lavoro, non si possano fare discriminazioni sulla base “dalla religione, dalle convinzioni personali, dagli handicap, dall’età, dalla nazionalità e dall’orientamento sessuale”.
La vicenda di Paolo Cappuccio
La vicenda risale al 2025: lo chef Paolo Cappuccio pubblica sui suoi profili social un annuncio di lavoro per costruire la sua brigata per un hotel 4 stelle in Trentino. Solo che nello specificare i requisiti che sta cercando nei suoi lavoratori si spinge un po’ troppo oltre.
Niente “comunisti o fancazzisti, Master Chef del cazzo e affini, persone con problematiche di alcol, droghe e di orientamento sessuale”.
In molti insorgono, ma in molti – bisogna dirlo – commentano anche difendendo la sua libertà di dire quello che pensa e di scegliere con chi lavorare, e con chi non vuole farlo.
Solo che, semplicemente, non si può.
O meglio, si può scegliere con chi lavorare, certamente, ma l’orientamento sessuale o politico non dovrebbero essere dei criteri di valutazione nella scelta. Di più, non è che non dovrebbero, non devono proprio. Per legge.
Le scuse (e i precedenti)
Ovviamente, poco dopo Paolo Cappuccio , intervistato dal Corriere del Trentino, si scusa, parlando di “disperazione” e di “stanchezza mentale”. Insomma, lo chef racconta di aver avuto tante esperienze negative con i lavoratori, e dunque di essere un po’ esasperato da chi cerca solo diritti e non guarda ai doveri.
Solo che, a ben guardare, non era manco la prima volta che i suoi annunci di lavoro risultavano un tantino sopra le righe, per così dire. Era già successo nel 2020, e nel 2019, con post dai toni simili a quello incriminato.
In più, tra i tatuaggi dello chef, saltano fuori dalle fotografie una svastica e un fascio. Così, come fossero tribali qualunque o iniziali della fidanzata da imprimere sulla pelle. Per non parlare dell’uso un po’ creativo della stella Michelin, che Paolo Cappuccio prese in un ristorante nel 2009, in cui però non lavora più da anni, pur dichiarandosi ai tempi (oggi non più) ancora “chef stellato”.
Oggi, bisogna ammetterlo, la comunicazione social di Paolo Cappuccio ha assunto toni più morigerati. Quindi forse la lezione è stata imparata. Delle sue idee politiche tatuate sulla pelle nulla sappiamo, ma possiamo dire che tutto quel rumore, almeno, ci ha evitato altri annunci lavorativi.

