di Anna Silveri 7 Gennaio 2019

Le due posizioni sono nette e a quanto pare inconciliabili.

Leggiamo su Lettera 43 che l’ormai arcinoto spot Conad del caciocavallo non sarebbe solo stereotipato e retrogrado, ma pure dolorosamente sessista.

[23 pubblicità sessiste: tette, fondoschiena e doppisensi vendono il cibo]

[In tempi di #metoo la pubblicità di Eataly Usa non è piaciuta agli americani]

[Le 5 pubblicità più imbarazzanti mai fatte dagli chef]

Il punto non è il caciocavallo nascosto in valigia, e nemmeno la destinazione nordista del ragazzo, ma, nonostante a molti ancora sfugga, la raffigurazione della madre.

Piena di luoghi comuni e, sottotraccia ma ben percepibile, di “tanto disprezzo sociale nei confronti delle donne”.

Replica a stretto giro L’inkiesta, in completo disaccordo, sentenziando che il grande merito del regista Gabriele Salvatores con lo spot del giovane meridionale in partenza, è di aver fatto vedere l’Italia per com’è davvero. “È la televisione, baby. E se non l’hai capito, peggio per te”.

Ma anche su L’inkiesta non mancano le critiche, soprattutto alle due forme di caciocavallo che, non incartate né messe sottovuoto, come sanno i milioni di italiani che almeno una volta nella vita hanno trasportato prodotti tipici della propria terra per sentirsi a casa, griderebbero all’ispezione igienica.

Invece, l’accusa rivolta a Salvatores è che lo spot ricorda le pubblicità di Oliviero Toscani, quelle un po’ grossolane che puntavano sul “tutto, purché se ne parli”.

Ora, visto che la discussione ha tenuto banco per buona parte delle feste di Natale e che, di conseguenza, va trovata una posizione definitiva in tempi brevi, ci dite voi come la pensate?

La visione del mondo targata Conad è davvero retrograda e umiliante per la donna, o dobbiamo capire che per la pubblicità siamo semplici consumatori, e basta, e pertanto gli stereotipi italici sono il merito del lavoro di Salvatores?

[Crediti | Lettera 43, L’inkiesta]