Nessuno beve più Bordeaux

Il vino rosso barricato ed elitario trova sempre meno pubblico, a partire da Bordeaux. Fra i motivi ci sono prezzo, gusti e percezione.

Nessuno beve più Bordeaux

È meglio il vino de li castelli o il vino degli chateaux? Se il paragone vi sembra assurdo, la risposta lo è ancora di più. Perché di questi tempi nessuno beve più Bordeaux, il rosso francese per eccellenza e il non plus ultra per qualsiasi sommelier e appassionato. E la cosa più incredibile è che sono proprio gli abitanti di Bordeaux, intesa come la città e l’area da cui proviene il vino, a farne volentieri a meno.

Il fenomeno però è molto più ampio e generalizzato. Lo ha notato e riportato Eric Asimov, wine critic del New York Times e osservatore attento dei trend che scuotono e stravolgono il mondo del vino. Non solo Bordeaux dunque: la maggior parte dei bevitori, specie i più giovani, non sono per niente interessati ai prestigiosi blend che negli ultimi centocinquant’anni hanno fatto la fortuna della regione. I motivi sono legati ovviamente al prezzo, ma anche a un cambiamento nei gusti e nei consumi.

Bordeaux senza Bordeaux

bordeaux

La città di Bordeaux è stata strategicamente scelta per essere il centro del vino a livello geografico e commerciale. La Garonna ci passa in mezzo trasformandosi poi in Gironda, fiume dal delta ampio che sfocia direttamente nell’oceano Atlantico. Una mecca per il trasporto di beni dunque, benedetta da un terroir particolarmente vocato per merlot e cabernet sauvignon.

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Per trovarne le origini di coltivazione e commercio occorre andare indietro fino ai tempi dei Romani. Segue nel medioevo l’exploit (almeno in termini di gusto) sotto il dominio inglese. Più in là nel Seicento le innovazioni portate dagli olandesi rendono la zona ancora più produttiva. L’apice di questa trasformazione arriva nel 1855 con la celebre classification dei vini di Bordeaux, primo vero sistema di denominazione che definisce la qualità del vino in base ai crus.

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La classificazione diventa il biglietto da visita sul mondo intero per un vino che, da quel momento in poi, viene considerato il più prestigioso. Insieme allo Champagne, il Bordeaux è il brindisi per eccellenza di re, capi di stato e alta società. Non solo: tutto ciò che gira intorno al Bordeaux, dal terroir alle uve alla produzione, diventa lo standard per migliaia di sommelier nel mondo. Fino ai giorni nostri.

Oggi Bordeaux è una città a secco, almeno del suo prodotto più tipico. Giusto per fare un parallelismo a tema: a differenza dei comuni di Barolo e Barbaresco che si identificano profondamente con il loro vino, i bordolesi s’en foutent. Tradotto: a Bordeaux si beve poco o niente Bordeaux. Fanno eccezione le cantine e i ristoranti stellati ovviamente, ma nelle enoteche e nei bistrot à vin c’è tutt’altro. Tanti naturali ad esempio, che nell’area praticamente non esistono, o bottiglie beverine da aperitivo. Per i rossi tipici, strutturati e pesantemente barricati, non c’è partita.

Gusti che cambiano

vino rosso in estate

Il problema è che non si tratta solo di Bordeaux. Il consumo a picco del cosiddetto claret si può osservare un po’ dappertutto. Il motivo più evidente sta nel prezzo, e dunque nell’accessibilità. Qui l’etichetta cru non è per tutte le tasche. A differenza di certi Barolo e Barbaresco, per tornare all’esempio di prima, ma anche di certi Borgogna o Alsace, il Bordeaux di qualità non lo trovi dal contadino.

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Se in tutti gli altri casi esistono ottime bottiglie a cifre ragionevoli, qui siamo in territorio totalmente elitario e non ce la si cava con meno di 300 euro. E parliamo del prezzo di partenza. Per i nuovi (ma anche vecchi) bevitori che analizzano il bicchiere tanto quanto il portafoglio, il gioco non vale la candela.

Arriviamo al gusto. Lo shift, specie dai tempi d’oro di Robert Parker e della predilezione unanime per i “vinoni” strutturati, è profondo. Il pubblico, specie il più giovane, predilige vini meno elaborati, che lascino più spazio all’espressione dell’uva e con intervento leggero (se non minimo) in cantina. In questo contesto la parola “barrique” sembra quasi un insulto, e per vini come il Bordeaux non è una buona notizia.

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C’è di mezzo anche la questione salute che di questi tempi si lega a doppio filo al consumo di alcol. Per chi ci tiene o per chi semplicemente desidera dimagrire, bere meno o non bere per niente è il modo più semplice per tagliare calorie e ridurre il rischio di malattie croniche. Se cala il vino, il Bordeaux cala ancora di più.

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Infine, la percezione. Andate in qualsiasi vineria di qualsiasi città hip a partire da Milano, e il Bordeaux non esiste. I rossi di questo tipo (che poi solo rossi non sono, anzi in questo contesto sarebbero più interessanti gli “altri” Bordeaux) sono percepiti come vini vetusti ed elitari, legati a un certo tipo di persone e a un certo tipo di consumo. Affatto glou glou come vuole la tendenza del momento, anzi.

Se è vero che i figli devono metaforicamente ammazzare i padri per trovare se stessi, lo stesso vale per un vino ad alto coefficiente generazionale. A meno che anche il Bordeaux, come tanti altri vini, non riesca a svecchiarsi, rischia di essere relegato al collezionismo. E alla lunga, chiuso per troppo tempo in bottiglia, a diventare aceto.