Ora c’è la prova scientifica che i fermentati favoriscono la longevità

Uno studio ha scoperto, dopo 50 anni di mistero, come un microelemento sintetizzato dai batteri entri nelle nostre cellule e le mantenga in salute.

Ora c’è la prova scientifica che i fermentati favoriscono la longevità

Ultimamente si parla molto di queuosina, chiamata anche la “vitamina della longevità”, un composto sintetizzato dai batteri del microbiota intestinale e che verosimilmente può essere introdotto indirettamente attraverso alcuni cibi fermentati come yogurt, kimchi, kefir, natto e tempeh.

Se ne parla perché, nell’agosto 2025, è stato pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences uno studio dell’Università della Florida e del Trinity College di Dublino. Si tratta di un mistero medico rimasto irrisolto per circa 50 anni e solo parzialmente chiarito, tanto tecnico da essere arrivato alla divulgazione per il grande pubblico solo di recente, come dimostra anche un articolo sul tema apparso pochi giorni fa sulla versione statunitense di Food & Wine.

La queuosina è stata scoperta negli anni Settanta e si era già compreso che, una volta all’interno delle cellule, svolge un ruolo importante per il loro funzionamento. Ciò che non era ancora chiaro era il meccanismo con cui l’organismo la trasporta all’interno delle cellule. Lo studio pubblicato nel 2025 ha identificato questo passaggio, mostrando come un gene chiamato SLC35F2 aiuti la queuosina a entrare nelle cellule del corpo. Lo stesso gene era già noto per il suo ruolo nel trasporto di alcune terapie antitumorali nelle cellule malate; le possibili ricadute mediche sono quindi numerose e sono già iniziate diverse linee di ricerca.

Dove si trova la queuosina e a cosa serve?

kefir

“Ciò che rende unica la queuosina è che può essere prodotta solo dai batteri”, afferma Vincent P. Kelly, professore presso la School of Biochemistry and Immunology del Trinity College di Dublino. In pratica, tutti gli altri esseri viventi — esseri umani inclusi — non sono in grado di produrla autonomamente e dipendono quindi dai batteri per ottenerla. È un’interdipendenza biologica decisamente affascinante.

Una carenza a breve termine viene generalmente compensata dall’organismo, ma una carenza prolungata potrebbe accelerare i processi di invecchiamento e influire su memoria e stato dell’umore.

Quello che sembra lecito pensare è che, sebbene la queuosina sia legata all’attività del microbioma intestinale, può essere introdotta indirettamente anche attraverso l’alimentazione. In particolare, si trova associata a cibi fermentati, soprattutto quelli ottenuti da fermentazioni complesse come kimchi, kefir, tempeh, natto e miso. Tuttavia, non è ancora possibile affermare con certezza scientifica che un maggiore consumo di questi alimenti aumenti i livelli di queuosina nell’organismo; saranno necessari ulteriori studi sperimentali per chiarirlo, anche se è plausibile che esista una relazione indiretta.

Un’ulteriore medaglia da attribuire ai cibi fermentati, dopo le recenti ricerche secondo cui il kimchi potrebbe contribuire alla riduzione di alcune microplastiche nell’organismo.

Un altro punto importante è che non esistono alimenti ufficialmente “ricchi” di queuosina. I fermentati della tradizione orientale vengono spesso citati negli studi perché sono ampiamente studiati — in Corea del Sud, ad esempio, esiste un istituto nazionale dedicato al kimchi — ma anche i fermentati della tradizione europea, come yogurt, verdure fermentate in salamoia e kefir, rappresentano alimenti molto interessanti nell’ottica del benessere del microbioma.