di Anna Silveri 21 Dicembre 2018

Dovrebbe partire a breve una campagna di raccolta firme per convincere l’Unesco che il panettone è degno di essere candidato a Patrimonio immateriale dell’Umanità.

La candidatura è stata avanzata di recente all’undicesima edizione di Re Panettone, festa del dolce organizzata da Stanislao Porzio, con una dichiarazione che ne fa quasi una faccenda di orgoglio campanilistico

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“Così come giustamente l’arte dei pizzaioli napoletani è stata riconosciuta nel 2017 dall’Unesco, le capacità tecnico-artigianali di matrice milanese dei fornai e dei pasticcieri che gestiscono il lievito madre, ingrediente fondamentale del panettone, meritano un riconoscimento di pari livello”.

Rivendicazione sacrosanta, benché non si possa ignorare che oggi l’arte del “panatun”, anche quello tradizionale, si sia estesa ben oltre la zona geografica originaria.

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Infatti, come sanno bene i lettori di Dissapore, vanta autentiche meraviglie al nord, al centro e al sud, dal Veneto (D&G Patisserie di Denis Dianin) all’Emilia Romagna (Gino Fabbri), soprattutto alla Basilicata (Tiri 1957). E passando per la Focaccia di Tabiano (in provincia di Parma) o per il laboratorio di Alfonso Pepe si Sant’Egidio Monte Albino (Salerno).

Fatto che sta che  il Comitato dell’Unesco non dovrebbe far fatica ad apprezzare questo delizioso modo, ormai universale, di intrappolare la bontà in un lievitato.

[Crediti | Il Giorno, Corriere della Sera]