di Anna Silveri 7 Dicembre 2017

Quando, alle 4 di questa mattina, arriva il tweet liberatorio, nella sede di via di Capodimonte dell’Associazione Verace Pizza Napoletana –la Ong che promuove la pizza napoletana nel mondo– scoppiano gioia e applausi tra i temerari pizzaiuoli napoletani che attendono il verdetto del consiglio Unesco riunito a Jeju, nella Corea del Sud.

“Congratulazioni Italia, l’arte del pizzaiuolo napoletano è appena entrata nella lista dei patrimoni culturali intangibili dell’umanità”.

Ed è stato un voto unanime, che il consiglio ha spiegato così:

“Per Unesco le competenze legate alla produzione della pizza, che include gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto della pizza, esibirsi e condividere è un indiscutibile patrimonio culturale”

Si conclude con un successo il lavoro del Ministero delle Politiche Agricole, che aveva presentato il dossier della candidatura, coordinato dal professor Pier Luigi Petrillo, addirittura nel 2009.

Ma cosa significa in soldoni che la pizza è patrimonio dell’Umanità? Tre cose più di ogni altra.

1. Operazione verità

Per prima cosa è un’operazione verità: “per i supponenti newyorkesi” –scriveva a luglio 2016 Federico Rampini su Repubblica–, “noi italiani siamo una banda di zotici usurpatori che manco sanno come si mangia correttamente il LORO piatto nazionale: la pizza”.

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Per quanto vi sembri una ricostruzione surreale è la triste verità. L’Italia è stata pian piano defraudata del suo piatto di maggiore risonanza mondiale, per noi ovviamente italiana così come per loro, i newyorkesi, tipicamente americana.

Giusto quindi affermare che la cosa non corrisponde al vero perché la pizza è nata a Napoli, ed è giusto rivendicarne la vera origine. Anche perché dalla rivendicazione può nascere un vantaggio economico: chi vorrà imparare come si fa la pizza a regola d’arte dovrà farlo a Napoli.

2. Più guadagni

Lo abbiamo scritto ieri: la pizza in Italia vale 200 mila posti di lavoro, i pizzaioli sfornano ogni giorno 8 milioni di pezzi, che fanno quasi 192 milioni di pizze al mese e 2,3 miliardi l’anno, per un giro d’affari di 12 miliardi di euro (dati Cna 2016).

Nel mondo la cifra sale a ben 60 miliardi. Numeri che dicono molto sui problemi della nostra economia, visto che, nonostante la pizza sia nata in Italia, i maggiori profitti li fanno gli americani.

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In effetti non esiste nessuna grande catena di pizzerie di origine italiana: è la catena americana Pizza Hut a ottenere i maggiori profitti dalla produzione di pizza. C’è poi il caso di Domino’s Pizza, che è arrivata addirittura a imporre in Italia le sue pizzerie.

Se la pizza nel mondo è uno dei principali simboli del “Made in Italy”, dobbiamo imparare a vendere meglio la nostra qualità. Vero, c’è Eataly, la catena di supermercati specializzata in prodotti italiani di qualità, ma con un fatturato di 400 milioni è ancora difficile competere con i colossi della grande distribuzione.

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Ci sono altri segnali interessanti: nelle principali città americane aumentano gli avamposti dei più noti pizzaioli italiani come Gino Sorbillo, Gabriele Bonci o Stefano Callegari, l’inventore del Trapizzino. Sono segnali interessanti, ma si deve fare di più .

3. Migliore tutela

Il successo è forse la minaccia principale per la pizza, esposta in Italia ma soprattutto all’estero a ogni sorta di contraffazione, dalle mozzarelle di latte congelato, alle farine di infima qualità fino ai pomodori cinesi. Per non parlare del cosiddetto “Italian Sounding”, l’insieme di prodotti tarocchi che storpiano parole, colori, immagini e marchi del redditizio Made in Italy alimentare.

[Italian Sounding: di Rapesan e altre ipocrisie]

Uno dei risultati inseguiti dalla petizione all’Unesco è proprio la lotta alla contraffazione, la tutela dei migliori prodotti espressi dalla nostra agricoltura.

Con la certezza, ribadita stamattina dall’italianissimo Alberto Nardelli, editor europeo di BuzzFeed che vive a Londra, che la pizza all’ananas non è vera pizza.