Vegano e sostenibile sì, ma non perché lo dici tu. Presto cambieranno molte cose per i prodotti che si autodichiarano vegani, sostenibili e amici del Pianeta in etichetta o sulla confezione. Semplicemente, non potranno più farlo, almeno non senza un’autorità garante che lo certifichi, o senza evidenze scientifiche a dimostrarlo. In sostanza, se vendo un prodotto vegano, o sostenibile, non posso dire da solo che lo è, e garantirlo al consumatore in maniera autonoma, ma avrò bisogno di qualcuno che dica che in effetti è così, oppure di essere molto specifico sul modo in cui quel prodotto è effettivamente green e amico del Pianeta. E questo molto presto varrà per tutti i prodotti in commercio.
Cosa dice la direttiva europea
Il 27 settembre prossimo entrerà in vigore la Direttiva UE 2024/825, che nello specifico è stata pensata già due anni fa per proteggere i consumatori dal greenwashing, molto di moda tra le aziende. Da quando è aumentata la consapevolezza che il mondo sia in pericolo a causa dei nostri comportamenti scriteriati, tanti prodotti, per vendere di più, hanno immediatamente virato verso il green e il sostenibile. In generale, è stata una svolta positiva, sia chiaro. Sugli scaffali abbiamo iniziato a trovare molti prodotti più ecologici e alternative maggiormente rispettose dell’ambiente. Ma poi – un po’ come avvenne anni fa con l’olio di palma – la situazione a un certo punto sembra essere sfuggita di mano, e un po’ ovunque sono spuntate scritte che raccontavano quanto quel detersivo o quel biscotto fossero “amici dell’ambiente”.
La stessa cosa, all’incirca, è accaduta con i prodotti plant based. Una moda certamente, ma anche più semplicemente una tendenza in espansione, legata ancora una volta, sovente, alla necessità di essere più sostenibili per il pianeta in cui viviamo. E se il consumatore chiede cibo vegano, il mercato glielo dà, in qualsiasi forma. Ecco quindi comparire gigantesche “V” verdi su ogni prodotto che non contiene carne.
L’Unione Europea ha deciso che così non va bene, e che bisogna arginare questa autocertificazione selvaggia. La nuova norma, che appunto entrerà in vigore tra poche settimane e obbligherà a un adeguamento di tutti i packaging, prevede una modifica al Codice del Consumo sul tema delle etichette di sostenibilità e anche su quello dei prodotti vegan, che in fondo diventano spesso un’indicazione di sostenibilità perché sottointendono un beneficio ambientale o sociale per il Pianeta.
In entrambi i casi, per apporre indicazioni di questo tipo («rispettoso dell’ambiente», «ecocompatibile», «verde», «amico della natura», «ecologico», «rispettoso dal punto di vista ambientale», «rispettoso dal punto di vista del clima», «che salvaguarda l’ambiente», «rispettoso in termini di emissioni di carbonio», «efficiente sotto il profilo energetico», «biodegradabile», «a base biologica», «vegan» e quindi «meglio per il Pianeta») le aziende dovranno avere una certificazione da enti terzi (per esempio, l’eccellenza riconosciuta delle prestazioni ambientali è dimostrabile mediante la conformità al regolamento (CE) n. 66/2010 o a un sistema di assegnazione di marchi di qualità ecologica EN ISO 14024 riconosciuto ufficialmente negli Stati membri), o comunque fare asserzioni in “termini chiari ed evidenti”. Ad esempio l’asserzione «imballaggio rispettoso dal punto di vista del clima» sarebbe una asserzione generica, mentre affermare che «il 100 % dell’energia utilizzata per produrre questo imballaggio proviene da fonti rinnovabili» sarebbe una asserzione specifica che non sarebbe soggetta a questo divieto.
