Roma: inaugurato un Bio-Orto sul tetto della FAO

A Roma è stato inaugurato un Bio-Orto sul tetto della FAO, un laboratorio agro-ecologico per produrre cibo dove c'è poca terra.

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Andiamo a Roma perché qui è stato inaugurato un Bio-Orto sul tetto della FAO. Si tratta di un vero e proprio laboratorio agro-ecologico realizzato con tecnologia italiana per cercare di produrre cibo anche dove c’è poca terra e per studiare la resistenza delle piante agli stress idrici.

L’inaugurazione è avvenuta ieri alla presenza di Qu Dongyu, direttore generale della FAO e Maurizio Martina, vicedirettore. Lo scopo è quello di provare a creare dei giardini pensili biologici per produrre ortaggi e frutta anche dove il suolo è o scarso o poco produttivo.

In questo orto faranno capolino anche diverse varietà biologiche antiche, fra cui:

  • peperoncino Papecchia
  • cavolfiore violetto catanese
  • cicoria catalogna di Brindisi
  • sedano nostrano di Francavilla Fontana
  • peperone Sweet Julie

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Questo è il primo orto del suo genere costruito in un edificio appartenente alle Nazioni Unite. La sua realizzazione è stata resa possibile dalla collaborazione fra NaturaSì, l’Università La Sapienza – Orto Botanico di Roma, la startup Ecobullbe e Slow Food, in quanto membri della Mountain Partnership.

Fausto Jori, amministratore delegato di NaturaSì, ha così spiegato: “Abbiamo unito la volontà, la determinazione e la competenza di soggetti che da anni si adoperano per garantire il diritto di tutte le popolazioni di vivere in un ambiente sano, grazie anche a sistemi agroalimentari più efficienti, inclusivi, resilienti e sostenibili. Il Bio-Orto vuole essere un esempio, un’esperienza replicabile in altre realtà per promuovere un’agricoltura capace di dare ossigeno e cibo sano anche in contesti urbani dove il suolo è scarso, contesti a cui l’agroecologia può contribuire anche donando bellezza”.

Giorgio Grussu, funzionario FAO e coordinatore del progetto Mountain Partnership Products, ha sottolineato che per la sicurezza alimentare è fondamentale preservare la biodiversità agricola. E questo perché consente di aumentare le probabilità di coltivare specie capaci di reagire ai cambiamenti climatici e ad altri fattori di stress.

All’atto pratico, le coltivazioni verranno ospitate dentro contenitori mobili triangolari che potranno essere assemblati in diverse configurazioni. Tutti i moduli presentano sistemi di drenaggio dell’acqua per cercare di evitare i danni provocati da piogge troppo abbondanti, mentre non mancherà un sistema tecnologico di osservazione informatizzata della salute della pianta e del rilevamento della quantità di acqua presente nel terreno.

Le piante che qui verranno coltivate saranno selezionate dai “campi catalogo” della Fondazione Seminare il Futuro, di cui fa anche parte NaturaSì.

La FAO ha poi ricordato che, nel corso degli ultimi 100 anni, è scomparso il 75% delle specie vegetali usate in agricoltura. Questa perdita di biodiversità è stata anche provocata da un uso sempre inferiore di varietà vegetali coltivate in rapporto a territori sempre più vasti.

Attualmente il 60% dei semi venduti in tutto il mondo è prodotto solamente da quattro grandi aziende, ma questo non basta per soddisfare le necessità del biologico.