di Cinzia Alfè 9 Novembre 2016
social eating

Una casa accogliente, una sala da pranzo confortevole, un grande tavolo attorno a cui riunirsi e, soprattutto, tanta passione per cucinare e spignattare. E in men che non si dica il vostro sogno di aprire un ristorante casalingo senza tante formalità e lungaggini burocratiche si è avverato.

Grazie alle piattaforme online di social eating come Gnammo, che permettono a schiere di cuochi dilettanti di proporre i loro manicaretti a veri clienti, accomodati nel salotto di casa davanti a un piatto di tagliatelle casalinghe proprio come se fossero al ristorante, pagando regolarmente il pasto tanto amorevolmente approntato con pochi o molti bigliettoni (dipende dai casi).

— Contenti i clienti, quindi, felici di fare “un’esperienza ristorativa” particolare e diversa dal comune (l’abbiamo fatta anche noi).

— Contento il cuoco improvvisato, fiero di poter dimostrare all’universo mondo la sua abilità in cucina.

E contenta anche la casalinga o il disoccupato che si sono inventati un mestiere, e magari non tanto perché avessero tutta  ‘sta passione per pentole e fornelli, ma in tempi di crisi, e con le difficoltà economiche che colpiscono sempre più italiani, l’home restaurant rappresenta un modo semplice e immediato per garantirsi una fonte di reddito.

Tutti contenti, quindi?

Mica tanto.

O almeno non la pensano così i ristoratori, che giustamente lamentano, verso i cuochi casalinghi, non solo la mancanza di una normativa rigida e stringente come quella cui loro stessi sono sottoposti, ma anche il fatto di godere di un regime fiscale praticamente inesistente, che consente agli chef improvvisati di percepire un reddito completamente esentasse.

Ma a parte queste “piccole”, irrilevanti questioni (certo, sto scherzando), il social eating è ormai una realtà, e sempre più italiani dimostrano di apprezzare questo nuovo tipo di “economia”, che consente loro di arrotondare le entrate in modo veloce.

Fino ad ora, almeno.

Infatti, proprio ieri è intervenuta prepotentemente la “longa manus” del governo a rompere le uova nel paniere dei cuochi casalinghi, sotto le spoglie di un disegno di legge per “regolamentare la ristorazione privata e condivisa“.

Del resto, non poteva essere diversamente: stando a una ricerca di Confesercenti, nel 2014 gli home restaurant hanno fatturato in Italia ben 7,2 milioni di euro, provenienti dalle preparazione di ben 7000 cuochi casalinghi che hanno sfamato un esercito di circa 300.000 persone con un incasso medio, per singola serata, pari a circa 194 euro.

Un piatto troppo ghiotto perché lo Stato rimanesse alla finestra senza allungare le sue mani rapaci sulla nuova realtà economica a cui gli italiani si sono prontamente adeguati per sbarcare meglio il lunario in tempi di vacche magre.

Anche perché, a ben vedere, una qualche regolamentazione doveva pur essere predisposta verso quella che si sta configurando a come una vera attività economica, anche alla luce dei numeri sopra esposti.

E d’altronde alcune piattaforme, tra cui proprio Gnammo, hanno già provveduto a darsi una sorta di auto-regolamentazione, pubblicando sul sito un “codice etico partecipato”, che tutti gli affiliati sono tenuti a seguire.

Il disegno di legge che è stato presentato alla Camera  –e già approvato dalla Commissione Attività Produttive– si concentra prevalentemente su aspetti di natura burocratica e fiscale, anche nell’ottica di accogliere le sacrosante lamentele dei ristoratori, che vedono nelle attività dei cuochi domestici una sorta di concorrenza sleale.

Ecco allora la normativa prevista dal disegno di legge:

I pasti non potranno essere più di 500 all’anno, e il reddito annuale non potrà superare i 5000 euro per ogni singola abitazione. Per abitazione, certo, e non per persona, proprio per evitare che i furbetti della padella, nell’ambito della stessa famiglia, possano moltiplicare la cifra limite fissata dal governo avvicendandosi ai fornelli.

La cifra stabilita come reddito annuo massimo per abitazione è stata calcolata grazie a un confronto con altri Paesi, soprattutto la Francia, dove la sharing economy del cibo è già una realtà ben avviata e anche adeguatamente regolamentata.

Inoltre, per poter trasformare la propria abitazione in un home restaurant, bisognerà presentare una regolare “scia”, o dichiarazione di inizio attività commerciale, proprio come un regolare ristorante, e le forme di pagamento ammesse saranno solo tramite piattaforme digitali e solamente con mezzi elettronici.

“Nel ddl –-chiarisce il deputato pd Angelo Senaldi-– stabiliamo innanzitutto delle garanzie per gli utenti.

Perciò tutte le attività di social eating devono passare obbligatoriamente attraverso le piattaforme digitali, che devono verificare i requisiti minimi di abitabilità delle case e una minima conoscenza da parte dei cuochi delle modalità di trattamento dei cibi. E possibilmente prevedere una copertura assicurativa per gli utenti”.

Sarà quindi a carico del portale la verifica dei requisiti minimi sia in tema di sicurezza del locale sia riguardo alle competenze minime dei cuochi casalinghi, a tutela proprio dell’incolumità e della salute dei clienti.

“Non vogliamo appesantire di burocrazia queste attività di condivisione – continua Senaldi – , ma bisogna evitare che diventino un secondo lavoro, magari in nero. Per questo nel testo di legge c’è un articolo che vieta ai Bed & Breakfast di praticare attività di home restaurant. Insomma sì a una legislazione leggera, tutelando però al tempo stesso i consumatori dagli abusi”.

Nel disegno di legge, che regola soprattutto gli aspetti burocratici della faccenda, non sono rientrate le questioni igieniche  e sanitarie.

“A parte la richiesta di abitabilità –aggiunge Senaldi– poiché si tratta di case private e attività che rappresentano solo una piccola integrazione al reddito, non è stato possibile inserire controlli delle Asl. Altrimenti diventerebbero uguali a un esercizio pubblico”.

In pratica negli home restaurant il gatto di casa potrebbe saltare beatamente sul tavolo da lavoro, potremmo mangiarci il tiramisù fatto con uova non pastorizzate rischiando una salmonellosi, verdura e formaggi nel frigo potrebbero camminare da soli, il forno potrebbe essere un residuato bellico con relative incrostazioni e colonie di batteri.

Tanto nessuno si prenderà la briga di controllare.

Questi erano gli aspetti fondamentali su cui concentrarsi, queste le vere priorità: la salute pubblica, la verifica dell’osservanza da parte dei cuochi casalinghi della più elementari norme di igiene e di modalità di preparazione dei cibi.

Invece, come spesso accade, si è preferito imbavagliare una nuova, dinamica realtà economica in angusti limiti di reddito –5000 euro annui sono ben poca cosa, una cifra che relega gli home restaurant nella categoria degli hobby profittevoli piuttosto che in quella di vera attività economica remunerativa.

Stroncando così sul nascere quello che poteva essere un nuovo, redditizio settore nascente dell’economia nazionale.

[Crediti | Link: Repubblica]