di Chiara Cavalleris 2 Gennaio 2019
tartufo bianco

Il tartufo è un “bene di prima necessità”, pertanto l’Iva è al 5% come per mele, pere, medicine e spettacoli teatrali.

(Con buona pace di chi s’indigna per la “Tampon tax”, l’Iva al 22% sugli assorbenti femminili non modificata dalla nuova Legge di Bilancio, firmata il 30 dicembre 2018, che rende il ciclo mestruale “non necessario” e ragionevole solo per le casse dello Stato).

Ad ogni modo, la tassa agevolata sul tartufo fresco, i cui prezzi al chilo causa piogge abbondanti sono dimezzati rispetto allo scorso anno, e variano da duemila e 2.500 euro, ha senso d’esistere. E non solo per gli amanti della buona tavola che troveranno una grattata di tartufo sui tajarin più digeribili, tanto che ormai si parla apertamente di “tartufo di cittadinanza”.

È l’esito di un percorso avviato nel 2016, sotto il governo Renzi, che intendeva adeguare la tassazione del tubero a quella di altri Paesi europei vocati: circa due anni e mezzo fa l’Iva passò dal 22% al 10% e ora, con l’approvazione della manovra, passa al 5%.

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Come riferisce il Corriere della Sera Torino, le ragioni alla base della scelta, caldeggiata dall’UE,  sarebbero due.

Rendere i tartufi italiani competitivi con quelli esteri, innanzitutto, visto che quelli nostrani hanno perso quote di mercato, spesso venduti come “made in Bulgaria” o “made in Romania”, per sviare la tassa sul lusso.

Poi perché così facendo si vorrebbe combattere l’evasione fiscale.

Quella del tartufo è una filiera che notoriamente alimenta il mercato nero ma d’ora in poi la famiglia di tartufai che incassa 25-30 mila euro l’anno a persona avrà tutti i vantaggi a dichiarare quanto guadagnato. Si parla di 35-40 milioni di euro che potrebbero rientrare nelle casse dello Stato.

[Crediti | Corriere della Sera]