di Chiara Cavalleris 21 Aprile 2016

Colpo di scena: l’Iva del tartufo scenderà dal 22% al 10%, molto probabilmente. Stando a La Stampa, edizione Asti, la notizia è certa. Abbiamo fatto le necessarie verifiche, non è ancora così: la questione è in discussione alla Camera, perché la legge italiana deve “adeguarsi alla normativa europea”.

A partire da 30 euro la grattata e se vuoi fare veramente il figo, lo metti sull’uovo: il contrasto alimento povero e cibo di lusso (date un’occhiata al borsino del tartufo) è oltre il morbido-croccante, decisamente oltre.

Chissà se i prezzi al pubblico del Tuber Magnatum Pico scenderanno davvero, quando l’aliquota sarà abbattuta.

Per capirci qualcosa, facciamo un passo indietro.

Il comune marchigiano di Acqualagna e la città di Alba (quella della Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, per l’appunto) hanno fatto la voce grossa in Commissione europea.

Alla base delle loro istanze la concorrenza sleale: mentre negli altri Paesi il tartufo è prodotto agricolo (e in quanto tale la sua aliquota varia tra il 4% e il 10%) la stessa cosa non accade in Italia, dove la tassazione sta al 22%. Non un toccasana per il nostro commercio.

L’Europa ha detto “c’avete pure ragione” e ha formalizzato il tutto con un bell’ammonimento. E qui arriviamo al nostro Governo, che pare deciso ad abbassare l’Iva.

Trifolao

Non basta però: per le città del tartufo, il fungo (perché di fungo si tratta, non di tubero) deve diventare prodotto agricolo. Spontaneo.

E per fortuna che è spontaneo, dico io: se avessero trovato il modo di coltivarlo non avremmo più una goccia di Barolo dal Piemonte, con colline di querce al posto delle viti.

L’europarlamentare Alberto Cirio, depositario della petizione targata Alba, ha spiegato a Dissapore:

Il tartufo, come prodotto agricolo, ci permetterebbe di accedere a fondi europei, da spendere per la tutela dei boschi. Inoltre, risolveremmo il problema della filiera, è la nostra occasione per eliminare il mercato nero e responsabilizzare la provenienza”.

Il trifolao (il cavatore di tartufi) secondo la normativa vigente può rimanere nell’anonimato: va, trova (tendenzialmente di notte, quasi sempre con un cane appresso) raccoglie, paga una tessera di iscrizione e poi rivende il suo prodotto ai commercianti, senza lasciare traccia di sé.

Se il tartufo diventasse prodotto agricolo, parlerebbe di tracciabilità. Anche fiscale.

[Crediti | Link: La Stampa, Tuber, Dissapore. Foto: stradedelbarolo.it; terreditartufi.it]