I ristoranti italiani all’estero, a parte rari casi, non godono di ottima fama tra gli abitanti dello stivale, e a volte dobbiamo darci ragione. Non è questione del solito gastronazionalismo o delle stucchevoli polemiche sulla supposta autenticità della cucina: un po’ per paura di snaturare locali che tutto sommato il loro successo commerciale lo hanno, un po’ per non infrangere le attese del pubblico generalista, il ristorante italiano all’estero è diventato sempre di più un coacervo di stereotipi.
A volte culinari, come certe mostruosità che si trovano nei menu di Olive Garden, a volte nell’atmosfera fatta di tovaglie a quadretti, fiaschi di vino e l’immancabile immaginario tratto da “Il Padrino”, che sembra ridurre la cultura italiana a una parodia della criminalità organizzata, da non prendere troppo sul serio. Una vicenda giudiziaria in Spagna, potrebbe però invertire finalmente la tendenza.
I ristoranti “La Mafia se sienta a la mesa”

La catena di ristoranti spagnola denominata, ahinoi, “La Mafia se sienta a la mesa” (“La Mafia si siede al tavolo”) si trova infatti di fronte alla concreta possibilità di dover cambiare il proprio nome dopo una lunga battaglia legale che ha visto contrapposti lo Stato italiano e la società di Saragozza. L’Ufficio spagnolo brevetti e marchi ha infatti accolto le obiezioni presentate dall’Avvocatura di Stato italiano, con una sentenza emessa il 26 febbraio, e che potrebbe portare al cambio di nome per tutti i 114 locali del gruppo.
Secondo quanto riportato dalle autorità iberiche, la scelta di dare ragione alla Repubblica Italiana nasce dal fatto che “il nome controverso è contrario sia all’ordine pubblico che al buon costume. Il nome principale riproduce direttamente il nome di una vera e propria organizzazione criminale, la cui attività non è un fenomeno remoto o meramente letterario, ma una realtà persistente”.
Già nel 2018, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale si era espresso in modo analogo, sottolineando come il marchio trasmettesse un’immagine globalmente positiva della criminalità organizzata, offendendo le vittime e le loro famiglie. Josep Carbonell, partner dello studio legale che ha assistito l’Italia, ha chiarito la distinzione tra l’uso artistico e quello commerciale del termine: “utilizzare il nome della mafia in un’opera d’arte non equivale a utilizzarlo per un’attività commerciale, banalizzando eventi offensivi per un Paese”.
Dal canto suo, l’azienda ha cercato di difendere la propria posizione sostenendo che la scelta del nome fosse legata a un libro di ricette e che il termine avesse assunto una connotazione differente nel contesto spagnolo. I titolari hanno infatti dichiarato: “Il termine mafia è effettivamente utilizzato in altri settori, come quello audiovisivo o letterario, e il pubblico spagnolo identifica questo termine come un’allusione a un fenomeno culturale, piuttosto che a un’organizzazione criminale”.
Nonostante la sentenza, la società ha manifestato la volontà di tutelare il proprio progetto imprenditoriale, che genera un fatturato annuo superiore ai 130 milioni di euro. In una nota ufficiale, l’azienda ha precisato: “Il nostro obiettivo è continuare a costruire il futuro dell’azienda e restiamo fedeli all’essenza del progetto: un’offerta culinaria italo-mediterranea di alta qualità e un’esperienza culinaria distintiva”. L’azienda ha ora un mese di tempo per presentare ricorso contro la decisione dell’Ufficio spagnolo. Tuttavia, se i tribunali commerciali dovessero confermare questo orientamento, il cambio di nome e il rebranding totale potrebbero diventare inevitabili entro il 2027.
Che associare la cultura mafiosa a quella gastronomica non dovrebbe nemmeno essere discusso sembra lapalissiano, eppure gli italiani stessi a volte cascano nella trappola: ci ricordiamo tutti del ristorante parigino di Lucia Riina, figlia del boss del clan dei corleonesi, che decise di battezzarlo -con poca fantasia- “Corleone”. Il locale di cucina siciliana durò un annetto, con cambio di insegna incluso.
Come possiamo quindi sperare che la ristorazione italiana all’estero offra un’immagine non più anacronistica e slegata da luoghi comuni e folklore polveroso? La speranza, forse, la si può trovare nelle nuove generazioni. È un processo che abbiamo già visto, con i rampolli delle famiglie di ristoratori “etnici” -che per anni hanno dribblato i nostri pregiudizi servendoci versioni ammansite delle loro cucine, involtini primavera, sushi salmone e Philadelphia, kebab con maionese e ketchup e altre mostruosità- e che ora, finalmente al timone, non temono più di proporre sapori decisamente più autentici, magari declinati secondo le regioni di provenienza. Speriamo nei nostri, di rampolli, per evitare di vedere altre insegne di cui vergognarci nel prossimo viaggio.


