Se in Italia i partecipanti ai cooking show, MasterChef compreso, faticano a ritagliarsi un posto nella ristorazione che conta –con un’eccezione che conferma la regola– in Corea la situazione è molto diversa.
Basta dare un’occhiata all’esempio di Culinary Class Wars, cooking show di Netflix che si è concluso con la sua seconda stagione il 13 gennaio 2026, e che sta portando decisamente bene ai partecipanti. Secondo i dati della piattaforma di prenotazione CatchTable, infatti, le prenotazioni e le liste d’attesa per i ristoranti dei concorrenti sono aumentate in media del 303% nelle cinque settimane successive alla première della seconda stagione rispetto alle cinque settimane precedenti.
Il boom del turismo gastronomico in Asia

Lo show suddivide gli chef in Cucchiai Neri, gli chef emergenti, e Cucchiai Bianchi, ovvero chef d’élite, rispecchiando la dicotomia tra lo street food e le esperienze stellate Michelin: un format che sembra aver fatto centro soprattutto tra i millennial e la Generazione Z del paese, che desiderano sperimentare culture diverse dalla propria. Dawn Teo, direttrice operativa di Amara Holdings, ha riferito che durante un viaggio a Seoul lo scorso ottobre le prenotazioni per i ristoranti presenti nello show erano “impossibili”.
Questa tendenza si inserisce in un contesto di crescita generale del turismo gastronomico in Asia. In Giappone, circa l’82% dei turisti nel 2024 ha indicato il consumo di cibo giapponese come una delle proprie aspettative di viaggio, rispetto al 70% del 2015. Erik Wolf, direttore esecutivo e fondatore della World Food Travel Association, spiega che il cibo è un mezzo per vivere una cultura autentica: “Si tratta meno del viaggio e più della cultura in tutto il mondo. Soprattutto dopo la pandemia, le persone vogliono andare in località più rurali, secondarie e terziarie. Vogliono conoscere le persone, e in modo genuino”.
Anche il settore alberghiero si sta adattando a questo crescente interesse culinario. Candice D’Cruz, vice-presidente dei marchi di lusso Hilton per l’Asia Pacifico, sottolinea che “I ristoranti oggi negli hotel non possono semplicemente essere ristoranti d’albergo. Devono essere ristoranti a pieno titolo”. D’Cruz nota inoltre l’importanza dell’esperienza stagionale per i consumatori: “Se vado in Giappone, voglio mangiare le pesche bianche durante la stagione delle pesche. Voglio mangiare le fragole e le fragole bianche durante la loro stagione”.
Le strutture ricettive stanno quindi cercando di integrare l’offerta locale autentica. Dawn Teo ritiene che “non dovrebbe essere considerata una perdita se un ospite non mangia con noi a colazione, pranzo o cena, se si reca in un altro vicino locale Zi Char o in un Hawker Center per provare dello street food”. L’hotel Capella Singapore, ad esempio, organizza tour nei mercati locali dove gli chef guidano gli ospiti nella selezione degli ingredienti.
Eric Neo, direttore culinario di Capella, osserva che “il fine dining riguarda più l’intenzione, lo storytelling, attraverso il quale ci viene data l’opportunità di interagire, curare un’esperienza per gli ospiti”, mentre la ristorazione informale è focalizzata sulla velocità. Neo promuove anche scambi internazionali per “far crescere una cultura dell’apprendimento tra due paesi diversi”.
L’esperienza di viaggio in Asia sta quindi diventando decisamente più gastronomica per una fetta di pubblico sempre più ampia, e gli operatori del settore locali stanno dimostrando la giusta lungimiranza per rispondere a queste esigenze. Culinary Class Wars, nonostante i presupposti belligeranti tra le due fazioni in gara, ha dimostrato che la divisione tra street food e fine dining è labile, e le nuove generazioni l’hanno capito.

