C’è stato un tempo – di certo in molti se lo ricordano – in cui gli alimenti non scadevano mai. Almeno, alcuni alimenti non scadevano mai. Nel senso, non c’era mica bisogno di dirci quando scadevano, e di indicarci quando magari erano andati a male. Un po’ si lasciava la decisione al buon senso collettivo: insomma, se apri una scatoletta e non ha un buon odore, magari qualcosa di sbagliato c’è, indipendentemente dalla data di scadenza.
Un po’, in effetti, era anche una questione di evitare di essere eccessivamente fiscali e didascalici: come dire, è difficile, razionalmente, pensare che a mezzanotte e un minuto lo yogurt che ieri era edibile improvvisamente smetta di esserlo solo perché lo dice un’etichetta. E l’acqua in bottiglia, vogliamo parlarne? Ma davvero “scade” quando lo dice una sigla numerica stampata sulla plastica?
Data di scadenza e Termine Minimo di Conservazione

In effetti a un certo punto, una decina di anni fa, hanno pure provato a spiegarcelo, che non tutto era così rigido come sembrava dopo l’obbligo di mettere quelle date un po’ dappertutto.
La differenza – hanno provato a spiegarci, non sempre con successo, stava tra “Data di scadenza” e “Termine Minimo di Conservazione”. In parole povere, tra “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro”. Ecco, quell’avverbio, “preferibilmente”, stava a differenziare quei cibi che non è che diventano nocivi, tossici o pericolosi una volta oltrepassata la data indicata, ma semplicemente non garantiscono il mantenimento della qualità.
Insomma, il latte fresco scade ed è molto ma molto meglio evitare di mangiarlo se è andato; la pasta scade ma te la puoi mangiare comunque, a meno che tu non ti aspetti il piatto di pasta della vita.
Però la verità è che oramai ci eravamo tutti molto abituati, ad affidarci ciecamente a queste date stampate sui cibi, a controllarle ossessivamente, e a buttare via le cose senza neanche aprirle e annusarle per capire se magari sono ancora buone, come facevano le nostre nonne.
Il risultato di tutto questo, signore e signori, non è affatto una maggiore sicurezza alimentare, bensì uno e uno soltanto: un aumento incredibile dello spreco di cibo.
L’esempio della California
Se ne sono accorti in molti, negli anni, che questa cosa delle date di scadenza era sfuggita di mano. E in tanti sono corsi ai ripari, spiegando appunto la differenza tra “Data di scadenza” e “Termine Minimo di Conservazione”, o facendo dietrofront sugli obblighi di indicazione delle scadenze.
L’ultima in ordine di tempo è la California, che ha approvato una nuova legge sull’etichettatura degli alimenti che entrerà in vigore questa settimana. Il tema era che prima, in California, c’erano una cosa come cinquanta diciture diverse , come “da consumarsi preferibilmente entro” o “da vendersi entro”, che inevitabilmente confondevano i consumatori e causavano sprechi alimentari involontari.
Ora i produttori saranno costretti a usarne solo due, come avviene da noi. Dove sta dunque l’esempio? Sta nella semplificazione, che anche noi forse dovremmo adottare, addirittura eliminando quel “preferibilmente”, e lasciando che sia il consumatore a capire se la qualità di un prodotto (e non la sicurezza alimentare, attenzione!) è rimasta intatta o alterata.
Il motivo e il vantaggio sono presto detti, e sono gli stessi che hanno alimentato il dibattito negli Stati Uniti dove in assenza di normative federali che stabiliscano quali informazioni debbano essere incluse nelle etichette, i timbri di scadenza hanno generato confusione tra i consumatori e sono responsabili di quasi il 20% dello spreco alimentare nazionale, secondo la Food and Drug Administration. In California, ciò si traduce in circa 6 milioni di tonnellate di cibo non scaduto che vengono gettate nella spazzatura ogni anno.
E noi, quante volte buttiamo una confezione perché era “preferibilmente” da mangiare prima di quando l’abbiamo recuperata in dispensa?

