di Sara Cabrele 12 Aprile 2013
Coffè sospeso, bar, Svezia

“Quando un napoletano è felice per qualche ragione, invece di pagare un solo caffè, quello che berrebbe lui, ne paga due, uno per sé e uno per il cliente che viene dopo. È come offrire un caffè al resto del mondo…” è così che Luciano De Crescenzo descrive la tradizione, tutta partenopea, del caffè sospeso.

Si chiama Suspenced Coffees, la sua pagina Facebook conta 44.299 like (il sito è in costruzione), ed è la versione global di un gesto d’umanità all’italiana, vecchio di almeno cento anni.

Nel nostro Paese però questa bella consuetudine risulta un po’ appannata, mentre sta conoscendo una nuova giovinezza all’estero: da Sidney a Praga, a Sofia, dove l’iniziativa si è meritata l’attenzione della France Press, che gli ha dedicato un reportage.

Per arrivare fino a Goteborg, in Svezia, dove Channa (la ventitreenne ginger hair proprietaria di Espressobaren) spiega:«Siamo sempre stati dell’idea che un caffè non viene rifiutato a nessuno. Perciò quando i nostri clienti ci hanno segnalato l’idea del caffè sospeso ci siamo detti che dovevamo farlo».

Un caffè qui costa 20 corone, circa 2 euro. Finora le persone che hanno pagato un ‘caffè sospeso’ sono state molte di più delle persone che l’hanno chiesto. Serve del tempo per far funzionare il passaparola, «non solo tra i senza tetto o i più poveri», precisa Channa, «ma per tutti coloro che si sentono socialmente esclusi».

La tentazione di legare il boom della rete del caffè sospeso alla crisi economica c’è, ma non ci sono dati a sufficienza per stabilire un rapporto di causa-effetto. E poi, a chi importerebbe? Un caffè non si nega a nessuno, è questo il senso. E forse, il motivo per cui all’Espressobaren i caffè sospesi sono più di quelli regalati, è che gli svedesi stanno scoprendo il potere corroborante di un gesto carino e disinteressato: offrire un caffè al resto del mondo e iniziare la giornata con un bel sorriso. Noi l’abbiamo inventato, chi ha orecchie per intendere….
[L’Inkiesta]