di Massimo Bernardi 1 Agosto 2012
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A Ravenna la piada è più alta e ricca di strutto, a Cesena/Rimini più sottile e povera di grassi. Ma da oggi tutti gli altri centri della provincia di Forlì-Cesena (con apprezzabili sconfinamenti nelle Marche) dovranno vedersela con Santarcangelo, il comune romagnolo al centro di un vero scisma della piadina.

“Ha un diametro leggermente più piccolo, rispetto alla solita, ed è per spessore una via di mezzo tra quella sottile riminese e quella più alta che si cucina a Cesena”.

Trascurabili differenze a parte, anche se nella cittadina si bullano dell’impasto particolare, la scissione è motivata da ragioni commerciali, adesso Santarcangelo è diventato un marchio da esportare in Italia e all’estero.

Con un giro d’affari piuttosto impressionante, 50 milioni di euro e oltre 30 milioni di pezzi prodotti ogni anno, la piada o “pane dei romagnoli” è un semplice disco di pasta piatto da 25 cm di diametro preparato con acqua, farina, un pizzico di bicarbonato, sale, strutto o un goccio di latte. Si cuoce sulla lastra di ferro e come ogni cibo povero cambia ricetta di chiosco in chiosco, di casa in casa.

Meno apprezzate le piadine precotte, come quelle di Santarcangelo, solo da scaldare pochi minuti sul fuoco. Malgrado ciò, da quando 4 settimane fa è cominciata la distribuzione vendite e preparazione della piadina di Sant’Arcangelo sono già raddoppiate: “siamo oltre 2mila al giorno”.
[Il Resto del Carlino]