di Giorgia Cannarella 12 Marzo 2013

Tofan Wardak ha 23 anni, è nato in Afghanistan e da poliziotto ha combattuto i talebani. Due anni fa è emigrato in Italia con lo status di rifugiato politico. Sua madre ha venduto la casa di famiglia, a Kabul, per mandargli dei soldi: 30mila euro con cui aprire una kebabberia a Torino, la città dove vive. Il tempo dello snellissimo iter burocratico italiano – permessi comunali, sopralluogo dell’Asl, partita Iva – e finalmente Tofan può aprire il suo locale in via Saluzzo, angolo corso Vittorio Emanuele.

Nasce Kebab Kabul, battezzato così “per il legame con la mia terra, per la gratitudine nei confronti di mia madre, per fare vedere che i ragazzi afghani sono uguali a tutti gli altri”. Ma il condominio in cui ha sede il locale insorge perché il nome “evoca brutti pensieri” e “rovina il prestigio dello stabile”. Gli inquilini del palazzo temono che il nome evochi fantasmi talebani, e rovini il prestigio (?) dello stabile.

A Tofan, che ha aperto Kebab Kabul una decina di giorni fa, hanno intimato di coprire le insegne con dei giornali perché è senza la loro l’autorizzazione. “Se cambi l’insegna e lo chiami Kebab Torino, oppure meglio Gastronomia, te la firmiamo subito” dicono gli amministratori condominiali.

Il ragazzo, che ha già pagato l’insegna, fatto fare magliette e cappellini, messo il nome sulla partita Iva, si dice ovviamente pronto a cambiare il nome,  anche perchè, diversamente, che alternative avrebbe?
[La Stampa]