di Dario De Marco 9 Febbraio 2020
pizzeria gennaro esposito torino

Siamo in via Passalacqua a Torino, nella sede primigenia delle pizzerie Gannaro Esposito, pizza e cucina partenopea. La nostra recensione

Ci sono delle volte che vorresti essere a Napoli. O perché ci sei nato e ti manca (io), o perché ci sei stato e ti è piaciuta (probabile) o perché non ci sei mai stato (caso più raro). Ma se ti trovi dall’altro capo d’Italia, tipo a Torino, cosa fai? Semplice: vai a mangiarti una pizza. E ovviamente punti non su una pizzeria gourmet – ambiente chic, impiattamenti fighi e prezzi tutt’altro che napoletani – ma su una pizzeria neapolitan style, pronto a chiudere un occhio sugli aspetti più alla buona.

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E a Torino le pizzerie napoletane non mancano: forse perché città di antica emigrazione, forse perché qui la versione locale della pizza – cosiddetta al padellino – è qualcosa di talmente diverso che non entra proprio in competizione, è una tipologia di offerta che non si sovrappone. Abbiamo provato qualche settimana fa Cammafà, ma ce ne sono alcune che sono proprio storiche: tipo Gennaro Esposito, aperto sotto la Mole dal 1994 (e sì amici, purtroppo gli anni 90 sono storia) e oggi riferimento per molti anche in altre città (Bra, Milano)

Gennaro Esposito: il format

Nulla a che fare con il famoso chef, stellato e televisivo, di Torre del Saracino a Vico Equense: è semplicemente il nome-e-cognome più diffuso a Napoli, l’uovo di Colombo che permette immediata riconoscibilità e identificazione. Io personalmente sono stato per anni cliente della sede di corso Vinzaglio. All’epoca il proprietario, che tutti ovviamente chiamano Gennaro ma il cui nome è Walter Picariello, era in società con l’ex calciatore napoletano Ciro Ferrara; qualche tempo dopo i due si sono divisi e ora lì c’è Da Ciro.

Da un punto di vista più strettamente gastronomico, il format del locale è quello della pizzeria più cucina, con prevalenza della prima.

Ambiente e servizio

Noi comunque siamo andati dall’originale, in via Passalacqua, piccola traversa di piazza Statuto, zona centrale ma defilata rispetto alla movida del Quadrilatero. Tutto questo dire che sono cliente da 15 anni, pur se a periodi alterni, ma sarò equo, converrete con me.

La sala è moderna così come l’arredamento, le pareti puntano a creare l’ambientazione napoletana: con i superclassici – Totò, Maradona, piazza Plebiscito, il Vesuvio, il presepe – ma fermandosi un attimo prima del kitsch. 

I coperti circa 60, i tavoli molto addossati, nella migliore tradizione napoletana. Possibile prenotare, e consigliato; ma la notevole coda che si forma tra dentro e fuori è gestita con professionalità. Il servizio è rapido e solerte, e per le pizze non si aspetta tantissimo anche nel momento di massima punta della settimana – il sabato alle 20.

Il menu di Gennaro Esposito

In carta 4 focacce (capiamoci: nelle pizzerie di Napoli la focaccia è semplicemente una pizza cotta in forno senza niente, e condita dopo) e 30 pizze più 2 del giorno. Grandi numeri, ma i gusti sono i soliti, nessuna pretesa, nessun azzardo, la cosa più strana è la gorgo e pere (che comunque fa tanto anni 80).

Essenziali gli antipasti (un fritto misto, una mozzarella con pomodori e olive), poco invitanti i contorni, tipica la scamorza cotta. La vera alternativa sono i piatti del giorno: 2 antipasti 3 primi 3 secondi, segnati sulla lavagna; ricorrono cozze e vongole, scialatielli e paccheri, zucchine fritte e baccalà, insomma un bignamino della cucina napoletana. Buoni, in genere (provati in altre occasioni), forse un filo alti i prezzi, non proprio da trattoria.

Come un filo alti sembrano i prezzi delle pizze: a parte le basiche, ci si aggira mediamente tra i 9 e i 10 euro.

Carta delle bevande davvero senza pretese, tra vini della casa e birre alla spina del classico marchio industriale.

La frittura napoletana di Gennaro Esposito

Prendiamo pizze tradizionali e un calzone fritto, facciamo precedere il tutto da un fritto misto. Che arriva quasi subito, ed è così composto: un calzoncino, due mozzarelline in carrozza, una fetta di melanzana e una fetta di zucchina impanate, un mini crocché, una mini palla di riso. Una singola cosa per ogni tipo insomma, e tendente al mignon: sorprende l’intenzione napoletana e l’esecuzione torinese. E qui tocca dilungarsi un attimo perché il punto è emblematico.

È vero, è quello che c’è scritto in carta, nessun inganno: ma è un antipasto pensato per essere diviso (per una persona è troppo), solo che noi per dividerlo in cinque dobbiamo usare il bisturi di precisione. Ora, quello che sarebbe successo a Napoli è che il cameriere in sede di ordinazione avrebbe detto: “Facciamo un po’ di fritturina in mezzo?”, accompagnando con un gesto circolare della mano con le dita rivolte verso il basso, che indica sia un piatto che gira, sia una cosa fatta aumm aumm, insomma ci capiamo tra noi. E poi ci sarebbe arrivata una frittura strabordante, però in un piatto centrale, noi saremmo stati contenti spazzolando tutto nell’attesa, e al momento del conto, quando ci avrebbero caricato 3 antipasti non avremmo potuto obiettare nulla. Ma qui, appunto, non siamo a Napoli.

Ah, poi le fritture sono buonissime, la cosa migliore: asciutte, croccanti e scioglievoli, con menzione particolare per crocché e arancino – quest’ultimo in particolare morbidissimo quando nella maggior parte dei casi tende al chiummo.

Le pizze di Gennaro Esposito

L’impasto è napoletanissimo, sottile e morbido; il cornicione non tanto pronunciato e con parecchie bolle bruciate, ma è un peccato veniale. Il problema vero è che 3 pizze su 4 hanno un grosso difetto di cottura: vanno dal poco cotto al completamente crudo, bianco senza macchie.

Ora, io lo so che può succedere, soprattutto di sabato sera: il bruciato sopra e crudo sotto è un classico della pizza napoletana. Se volete vi do la spiegazione tecnica: bisogna sfornare molte pizze e molto rapidamente per cui si aumenta la temperatura del forno, ma siccome si infornano molte pizze, il piano cottura è sempre coperto e non arriva mai a riscaldarsi; questo poi può portare a un pericoloso loop perché per compensare si continua a buttare dentro legna, il cielo è sempre più caldo e quindi le pizze verranno ancora più bruciate sopra e più crude sotto, dato che le devi sfornare prima che si carbonizzino; infine il disastro ultimo capita quando finalmente – con intenzione o perché gli ordini rallentano – ci si ferma un attimo e allora la pietra si riscalda a dismisura, in più se non viene pulita si brucia tutta la farina della stesura che ci cade un po’ alla volta su, e alla successiva infornata le pizze saranno carbonizzate, sotto stavolta.

I condimenti: la margherita è buona, la salsiccia e friarielli idem (con la verdura forse un po’ indietro di cottura ma magari è una scelta), la Napoli normale. E poi c’è la cosacca. Ora non so a me chi m’ha cecato di prendere la cosacca, perché non è una pizza che prendo di solito, né una pizza tanto famosa, rispetto a quanto è tradizionale – forse più antica della margherita, sicuramente di origini più popolari. È infatti una semplice pizza olio e pomodoro, con una foglia di basilico e una spolverata di formaggio grattugiato, cche ridotto in polvere si scioglie al contatto col sugo bollente. Bene: qua l’hanno messo in cottura. Con i risultati che vedete: la formazione di una crosta bruciata e maleodorante. Un vero delitto.

Abbiamo provato infine un calzone fritto (in menu c’era anche la montanara), ottimo: forse non troppo colorato all’esterno ma asciutto, comunque ben cotto, anche nella parte a contatto con l’imbottitura, la più difficile.

I dolci di Gennaro Esposito 

Dolci firmati da Salvatore De Riso, il pasticciere star da Minori, Costiera amalfitana. La zeppola che proviamo è una mezza delusione: al forno, e vabbè, di fritto ne abbiamo avuto abbastanza; ma poi un po’ secca, visivamente e gustativamente staccata dalla farcitura. E la farcia: la tradizione della zeppola di san Giuseppe è crema e amarena, la classica è crema e basta; qui è una crema chantilly, molto delicata e molto sabauda. Insomma il complesso fa pensare più a una versione ingrandita dello chantilly – il pasticcino torinese che è un bignè diviso in due e ripieno dell’omonima crema – che a una zeppola napoletana. E qui sta il punto.

Conto, digestione, giudizio

Paghiamo 17 euro a testa: non è tanto, ma neanche poco se consideriamo una serie di fattori. Non abbiamo né stra-mangiato (una pizza a testa, un antipasto condiviso, due dolci) né stra-bevuto (3 birre e 2 acque); le pizze erano basic; per un prezzo simile si mangia anche in una pizzeria con qualche pretesa in più come Berberè.

La digestione va alla grande, dopo una prima sensazione di pienezza.

Il punto, come si è detto più volte, è che vorremmo essere a Napoli, ma non siamo a Napoli. Mi spiego: Gennaro Esposito propone nei locali  una Naples experience, ma il rischio è che l’adesione al modello funzioni più per i difetti (locale affollato, problemi di cottura) che per i pregi (zeppola, dimensioni della frittura, e madonnamia la cosacca). Dispiace perché, ripeto, il test del sabato sera è impegnativo, e anche perché tutto sommato mediamente si mangia bene, con delle punte di eccellenza: ma siamo in una pizzeria, e se la pizza non raggiunge la sufficienza (di parecchio), neanche il locale la merita (di poco).

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Informazioni

Gennaro Esposito

Indirizzo: via Passalacqua 1/G

Orari di apertura: dal lunedì al venerdì 12:15–14:30 e 19:15–00; il sabato solo la sera; la domenica chiuso

Sito Web: www.pizzeriagennaroesposito.it

Tipo di pizza: napoletana classica

Servizio: ottimo

Ambiente: modernapoletano

Voto: 2,8/5