di Massimo Bernardi 24 Agosto 2011

(1) Che chiedere a un critico cosa pensa della cena non è mai una buona idea (tanto ve lo dice lo stesso).
(2) Che l’influente risposta potrebbe essere: “disgustosa”, spingendo lo chef, percorso da una crisi di nervi, a picchiare un sottoposto. [Daily Telegraph]
(3) Che certe cose succedono solo quando c’è di mezzo AA Gill, così irraggiungibilmente bravo che a forza di scriverlo ci siam venuti a noia da soli. [Wikipedia]

(4) Che la critica dei ristoranti ancora non ha prodotto niente di paragonabile. Sue recensioni meno che meravigliose non si sono mai lette.

(5) Che le guide di carta nell’era digitale rischiano la retrocessione al ruolo di trascurabili reliquie, la sola Guida Michelin perde qualcosa come 15 milioni di euro all’anno. [Slate]

(6) Che l’altro giorno il New York Times ha sgamato i falsi di TripAdvisor, uno dei primi siti a utilizzare contenuti prodotti dagli utenti (e ci voleva il New York Times?). Buona parte delle recensioni sono pagate da hotel e ristoranti. [New York Times]

(7) Che Repubblica ha in pratica riscritto l’articolo del New York Times, a cosa ti serve allora il corrispondente da New York? [Repubblica]

(8) Che è possibile, evidentemente, sparare contro le guide online senza nemmeno uno straccio di disclaimer (L’Espresso-La Repubblica pubblica tutta una serie di guide di carta).

(9) Che la “salvifica livella” di Internet, o più semplicemente: “la libera voce internettiana che si ostina a esprimere opinioni in allegra anarchia”, non innnervosisce solo gli impresentabili (gustatevi questa spassosa presa per i fondelli del “Parlamento dei gourmet”, termine il cui conio evidenzia un fulgido genio lessicale, visto il momento di profondo amore degli italiani per la loro casta politica) ma pure gli intellettuali. [Mangiare a Milano]

(10) Che perfino loro, considerano la maggior parte delle recensioni presenti su Twitter, Tumblr o WordPress un noioso rumore di fondo. Amatoriali, sgrammaticate se non proprio vendute in cambio di un pasto. “Tra tanta me**a la crema fatica ad emergere”. [More Intelligent Life]

(11) Che non lo scrivono, sia chiaro, perché Internet ha ridotto il potere dei critici declassandoli da maestri del buon gusto a semplici cittadini della blogosfera. (Eppure scommetto che qualcuno l’aveva pensato?).

(12) Che i nuovi critici dovrebbero mangiare di meno e pensare di più. Cos’è questa urgenza di essere i primi? I vecchi critici non scrivono di un posto se non dopo il vernissage per la stampa, la cena di gala e una visita possibilmente in incognito.

(13) Che i loro critici di riferimento sono rigorosamente professionisti: Jay McInerney del Wall Street Journal (do you remember “Le mille luci di New York”?), Eric Asimov del New York Times, AA Gill (Sunday Times e Vanity Fair), Jancis Robinson del Financial Times.

Ora, sia che queste opinioni vi rappresentino come meglio non si può, perché siete fieri del vostro status di critici tradizionali, sia che vi sembrino deiezioni sentimentali spacciate per verità, perché al contrario, siete orgogliosi figli dei socialcosi, della loro arte cafona, mi dite a che punto dell’insopportabile disputa carta vs bit vi trovate? E visto che ci siete, quali sono i vostri critici preferiti dell’una e dell’altra sponda?

[Crediti | Immagine: Independent]