di Adriano Aiello 7 Marzo 2012

Ognuno ha le sue ossessioni, voyeriste o riprorevoli che siano. In questi giorni il caso Dalla l’ha fatta da padrone e se in quel variegato bottino ereditario non ci fosse stato quell’ettaro di vigneto a Milo, alle falde dell’Etna, probabilmente la scintilla della mia curiosità si sarebbe spenta molto prima. L’omosessualità mai dichiarata e mal digerita dal cattocomunismo bolognese, l’assenza di parenti in linea diretta, la grandezza del suo patrimonio destinato a cinque cugine che magari gli preferivano Baglioni o Cocciante hanno scoperchiato tutta una serie di elementi e alimentato l’agenda dei media in questi giorni.

Cosa abbiamo scoperto? Beh, innanzitutto che morto un cantante non se ne fa un altro. Specie se l’eredità artistica (e non) è ingombrante come nel caso di Lucio Dalla. Ma anche che è possibile vivere da omosessuale, non sbandierare la cosa, avere un compagno (Marco Alemanno) e essere celebrati in chiesa attraverso un rito solenne, dove però serpeggiava una qualche inquietudine sotterranea, come ha raccontato Michele Serra su Repubblica.

Ma l’astinenza esibitiva della propria omosessualità è un peccato “politico” che a molti non va giù. C’è chi lo apostrofa come un atto di conformismo (istintivo o furbo che sia), chi come una manifestazione di scarso coraggio. La non condivisione di un’esperienza di lotta. Che lo si voglia o no.

Ma l’omosessualità personale è per forza un atto pubblico? Un grido d’allarme contro una cultura ancora inadeguata ad affrontare il tema? O è questa cultura a dover essere rivista, anche in termini giuridici, quando nega l’eredità a chi ha vissuto a fianco di un uomo, forse più intensamente di qualche cugina. Ha ragione Lucia Annunziata sull’omofobia di questo paese?

Ma poi, quell’ettaro a Milo? Speriamo finisca in buone mani. Quelli bravi dicono che il vino dell’Etna è un po’ sopravvalutato e va di moda. Per me si beve che è un piacere.