di Stefano Caffarri 22 Giugno 2009

Dopo aver ipotizzato l’intervento dei sommelier per fronteggiare l’escalation delle acque minerali “estreme” tocca oggi a una delle più popolari bevante gassate: il Chinotto, assaggiato in degustazione coperta esclusivamente per i lettori di Dissapore. (azz!)

Chinotto Lurisia

Lurisia | Offerto in bottiglino di vetro trasparente dal design vagamente snob, ha etichetta  simil-austera e grafica anni ’50, un po’ troppo strombazzato il richiamo: “il Vero Chinotto”, “presidio Slow Food del Chinotto di Savona”. Aspetto birroso, schiuma finissima quasi cremosa, molto persistente: invita alla facile analogia con una trappista ambrata. L’ effervescenza – di piccolissimo calibro – è quasi impercettibile, ma durevole. Solo le tracce di spuma si arrampicano sul vetro. Il profumo è ampio e seducente, include il chiaro descrittore dell’agrume oltre ad una nitida nota di rabarbaro. Delicato ma avvolgente, pulito. Chiude con un’intrigante eco medicamentosa.
Decisamente liscio l’assaggio, caratterizzato dalla sensazione di sciroppo, un po’ molle. Il sorso procede senza sobbalzi, con parabola perfetta seppur molto dolce: solo al termine ritorna il retrogusto agrumato, piuttosto lungo. Il tipico versante amaro resta in sottofondo.

Chinò San Pellegrino

Sanpellegrino Chinò | In pet da 0,50 è il famoso “altro modo di bere scuro”, bevanda di grandissime tirature. Molto prosaico ma molto studiato il layout, lascia un po’ di spazio ai grafici che costretti nell’angusto ambito dell’etichetta scura, fanno del loro meglio per conferire una sensazione di dinamismo. Nel bicchiere ha la tipica sfumatura “cola”, con spuma subito esaurita. Nessuna adesività sul vetro, spiccata risorgiva. Il profumo, stretto tra caramello e china, tra linearità e persistenza, è più monocorde che rigoroso. Solo all’uscita risulta una virgola d’alluminio, di cui si farebbe anche a meno. L’assaggio mostra tra l’effervescenza una spiccata prevalenza del caramello, con un seguito ancora dolce. Nel mezzo spicca il tono amaro varietale, mentre nel retrogusto resta soprattutto il ricordo dello zucchero bruciato, privo di particolari finezze.

LA SFIDA.

La sfida tra il chinotto Lurisia e Chinò San Pellegrino

Alla degustazione cieca – anche se per la verità nel calice i prodotti sono riconoscibili all’occhio del consumatore navigato – il chinotto Lurisia risulta nettamente superiore nei profumi, credibili e veri, quasi raffinati, mentre il Chinò risente di un passo più pesante. Nell’assaggio quest’ultimo recupera qualche posizione, pur senza manifestare particolari sfumature, dove il Lurisia tende a mostrare un lato eccessivamente sciropposo seppur decisamente più affine al frutto.
Vince Lurisia ma ai punti: soprattutto tenendo conto della colossale differenza di prezzo: Lurisia in vendita a 1,50 € – pari a 5,45 euri il litro, contro gli 84 eurocent del Chinò pari allo scherzo di 1,68 euri il litro. Differenza 225%.