di Adriano Aiello 29 Marzo 2012

Ultimamente dove mi giro sento sentenze apocalittiche sul gigante blu detto anche Ikea. L’Ikea è snervante, opprimente, corrompe i bambini coi palloncini e soprattutto, per stare in tema, all’Ikea si mangia male. Malissimo. E si fa pure una gran fila per quelle polpette inapprezzabili, quell’invasivo salmone e quei terribili hot dog al prezzo di una biro. Ma quando, come ieri, leggo sul Corriere “lo straordinario successo di Ikea rappresenta per il made in Italy un clamoroso autogol“.

O anche “la verità è che l’Ikea in Italia ormai è dappertutto, nonostante la recessione continua a macinare ricavi e profitti, è una delle poche multinazionali che assumono ed è riuscita a far soldi persino con il food” vorrei tanto chiedere all’autore dell’articolo Dario Di Vico dove stia la questione. Qual è questa Italia che si riversa all’Ikea? A chi sottrae i 5 euro del suo pranzo? Al barista che ti fa la piadina struttosa con l’affettato triste e glutammatico? Dove sta questo made in Italy che dovrebbe opporsi. Alla Fiera del mobile di Milano che racconta un’Italia che non c’è o a Mondo Convenienza che racconta un Italia che vorrebbe esserci?

Il Corriere prosegue e dice “se c’era un sistema Paese che avrebbe dovuto dotarsi di una catena commerciale capace di attirare nei propri saloni consumatori di tutti i target questo è sicuramente il nostro. Siccome non abbiamo una sufficiente cultura della vendita retail abbiamo preso un ceffone dagli svedesi, poi un altro dai francesi (Decathlon/articoli sportivi) e un altro ancora dagli spagnoli (Zara/abbigliamento). E speriamo di fermarci qui“.

E io dico che questo è oro colato. Non fa una piega e probabilmente finiremo a bere il caffè di Starbucks a Napoli, ma gli italiani che si crucciano di questo dominio (non quelli che lo ingrassano) l’avrebbero accettata questa teorica catena commerciale o avremmo inveito – a torto a ragione – che la mozzarella di bufala si compra da Terracina a 30 km più giù e che il Rosso di Montalcino al supermercato non si tocca. E io non lo tocco.

Ora, è difficile e lontano dai miei desideri più masochisti fare una difesa accorata di Ikea, l’impero del fai da te fintamente decisionale, difficile anche solo immaginare di nutrire piaceri alimentari da quelle parti, anche se i dolcetti allo zenzero non sono così tremendi e le patate fritte in busta scopro che hanno i loro appassionati, mentre il resto è guilty pleasure, disciplina a cui tutto è concesso, anche la rivalutazione letteraria di Fabio Volo. Però quando non si capisce la gggente (capisce non condivide, non cominciamo) e le sue esigenze, o si è pigri o in mala fede e capita che mentre il mondo normale compra mozzarelle tendenti al blu al discount, organizza festicciole per i pargoli al McDonald’s applaude Checco Zalone, sostiene che Bruno Vespa sia un giornalista e distrugge rapporti di coppia idilliaci tra i percorsi insovvertibili dell’Ikea, sfugga il senso del quotidiano.

A me pare chiaro che il successo economico dell’Ikea stia nell’accessibilità della sua proposta. Siamo squattrinati e passiamo le ore lì dentro a immaginarci una decenza d’arredamento con qualche soldo e nessuno ci deve annoiare sulla qualità delle polpette dopo 4 ore di trambusto.

Poi il successo culturale è un miracolo, questo si.

Esotizzare l’inesotizzabile Svezia, paese nella cui capitale alle 3 di notte del sabato puoi trovare gruppi di teenager ubriachi in perfetta fila indiana per consumare le ultime energie in un nuovo club, prima di toglierti il saluto il giorno dopo è opera non di poco conto.

Ma il Made in Italy lasciamolo perdere dai.

[Crediti | Link: Corriere.it, immagini: Giampiero Prozzo e Flickr/Dolfi]