di Martina Liverani 1 Febbraio 2012

Per prima cosa mi chiedo, ma soprattutto chiedo a voi: Il gastrofighettismo, per come l’abbiano finora inteso, dove si colloca a questo punto? Va bene, andiamo con ordine. Di decrescita (o a-crescita) ne avevo già sentito parlare varie volte da Serge Latouche, economista e filosofo francese, e da Maurizio Pallante leader del Movimento Italiano della Decrescita Felice. Ma solo in occasione dell’intervista che Servizio Pubblico di Michele Santoro ha realizzato a Latouche il 19 gennaio, ascoltando la puntata di ieri sera di Ballarò e perfino la canzone di Adriano Celentano, ho avuto modo di rifletterci in maniera più approfondita: sarà il clima di sobrietà degli ultimi mesi?

Fatto sta che mi son chiesta se la Decrescita Felice o Serena (che dir si voglia), così per come l’ho capita, sia o meno la soluzione per, non dico uscire, ma almeno convivere con la crisi, o se invece la nostra società sia talmente al culmine della saturazione e sul ciglio del tracollo che, anche a cercarlo per bene, di Sereno e di Felice c’è ben ben poco.

La Decrescita altro non è, per chi non lo sapesse, che una filosofia che condanna l’attuale economia fondata sul debito e sulla crescita fine a se stessa, figlia e madre insieme della società contemporanea dominata dai media e dalla finanza. Questa teoria vuole rompere con la direzione di crescita all’infinito sognata dai grandi economisti del settecento, realizzata con la rivoluzione industriale, trionfata nella società dei consumi del dopoguerra e da cui la nostra società di oggi si è lasciata fagocitare.

La Decrescita, cosiddetta Serena (dal titolo del saggio di Latouche “Breve trattato della decrescita serena”) avviene se nessuno ce la impone, ma siamo noi, tramite una rivoluzione economica e soprattutto culturale, a scalare una marcia (“ho fatto downshifting”…come dicono certi manager prossimi al cambio vita), accontentarci del meno, desiderare di meno, produrre e consumare di meno, lavorare di meno e vivere di più. Dovremmo – secondo i sostenitori della Decrescita – riconoscere e accettare che un certo modello di società dei consumi è finito, e imparare la filosofia della lumaca (non a caso il simbolo di Slowfood): rallentare, avere il senso dei limiti, e della misura.

E torniamo al gastrofighettismo, allora, dove lo collochiamo adesso? Dalla parte di una società che cresce, si indebita, desidera, ambisce (dei lustrini, delle stelle e delle rate) o dalla parte dell’abbondanza frugale, della eco-efficienza, del poco ma buono, pulito e giusto?

Il gastrofighetto ai tempi della crisi, riscopre il fascino vintage dell’austerity annisettanta e dunque si adatta ad un nuovo identikit? Frequenta le università del saper fare (formaggi, detersivi, panificazione naturale con pasta madre), protende all’autoproduzione alimentare per essere autosufficiente, si fa promotore del rilancio del commercio vicinale, del baratto (io ti faccio la marmellata, tu mi dai i biscotti, io inforno il pane, tu fai la pommarola), spartisce orti comuni o coltiva in terrazzo. Il gastrofighetto in decrescita non desidera! Non è vittima della pubblicità fatta apposta per renderci insoddisfatti di quello che abbiamo e per farci desiderare sempre di più, perché desiderare è consumare?

In un mondo privo di certezze per chi possegga un cuore e un cervello (cit) il gastrofighetto nato in piena ansia metafisica, in piena ansia morale, in piena inquietudine politica (cit) sposerà l’Abbondanza Frugale (che è anche il titolo dell’ultimo saggio di Latouche edito da Bollati Boringhieri)? E come questa si insinuerà nella sua irreversibile fissazione che l’unica certezza e consolazione resta il cibo?

Chiedo a voi, un altro modo di mangiare, cucinare, comprare, e di essere gastrofighetti è possibile?

[Crediti | Martina Liverani è l’autrice del blog Curvy Foodie Hungry. Link: Ibs, immagine: iStockphoto]