di Stefano Caffarri 17 Febbraio 2010

La raccapricciante immagine di un gatto cucinato e mangiato da alcuni studenti danesi, pubblicata due anni fa su Facebook

Io, Beppe Bigazzi l’ho sentito parlare due volte. E posso dirmi immune, velogiuro, dal rischio di provare innata attrazione per l’uomo che ha la simpatia di una cartella esattoriale. Evabè, la fortuna il Padreterno mica l’ha distribuita a pioggia. Come l’intelligenza. Contuttociò, il Nostro ha raccontato a modo suo—cioè insopportabile—una cosa che sanno anche i sassi: i gatti si mangiavano e si continuano a mangiare. Ma siccome la cosa tocca i migliori amici dell’uomo ecco le bocche a cul di gallina, dalli al torturatone vivisezionista. Ecco, io trovo tutto ‘sto bailamme tipicamente italiano. Lo dico quasi con affetto per questo nostro modo di essere finti. Perfino con noi stessi.

In Italia si può dire tutto, tranne la verità: l’adulterio è una degli sport praticati con più passione, ma scoprire l’adultero—mammamìa—è materia da prima pagina. Verità per verità, quando di un gatto sento dire “sa, per me è come un figlio” sento la furia che sale. Giusto per capirci, la vita di tutti i cani e gatti del mondo non vale un unghia del più sfortunato dei bimbi. E giusto per capirci, cosa è mangiabile è solo questione di abitudini. Altra cosa è il maltrattamento: pare sia reato anche maltrattare i polli: eppure nessuno di sognerebbe di scriverci sopra dei poemi epico-cavallereschi.

No, io non mangerei i gatti, e mi si attorcigliano le budella pensando a un uso alimentare: faccio la stessa faccia del mio autista indiano a Jaipur quando gli dissi, Beh, noi gli asini li mangiamo. Rispose “Donkeys? You do really eat donkeys?”

Sopra, la raccapricciante immagine del gatto cucinato e mangiato da alcune studentesse danesi che il Morning Star riprese due anni fa da Facebook. E’ ipocrita spendere tanto per tenere in casa un gatto mentre la crisi economica ci costringe a risparmiare sulla carne di maiale, protestavano le studentesse.