di Massimo Bernardi 31 Maggio 2010

Sono io o su Fatto in Basso Piave, primo negozio “tradizionale” a chilometri zero, la Lega ha detto le solite scemenze per urangutan del Borneo al guinzaglio? Okay, una cosa alla volta. Allora, Fatto in Basso Piave, bottega aperta sabato scorso a San Donà del Piave, vende solo prodotti locali: frutta, verdura, farina, birra e vino, infusi e liquori, miele e marmellate provengono da aziende che si trovano nel raggio di qualche chilometro. Casomai il concetto risultasse ostico alle genti del bellunese, nella bottega è anche stato esposto un cartello scritto a mano: “non vendiamo banane né ananas, ma solo quello che adesso la campagna produce”.

Ai festeggiamenti per l’apertura, agevolata da un’apposita legge regionale veneta, c’era l’assessore leghista Franco Manzato che con tutta l’enfasi del caso, ha rivendicato la scelta “politica ed economica” del chilometro zero. Un grande successo scrivono oggi le gazzette locali, al punto che nell’affollamentto di clienti si sono visti perfino ” alcuni extracomunitari”, evidentemente stanchi di ananas e banane.

Ora, volendo crescere lettori risolti e distesi, dico che un po’ di tara alla retorica del chilometro zero andrebbe fatta. Per dire, sapete quanti ricavi provengono dall’export del prosciutto di San Daniele. E ho detto San Daniele, proprio un prosciutto il cui core-business è essere famoso nel mondo. Appena il 13% (tredicipercento).  E dal prosciutto di Parma? 18%.

Non sarà allora che le inarrivabili bontà italiane – io ve lo dico, il resto del mondo lo penserà senza dircelo – di chilometri ne fanno troppo pochi?

[Fonte: Cantine di Marca, immagine: La voce di Venezia]