di Dan Lerner 9 Novembre 2009

cielo_berlinoDi quell’affascinante agglomerato urbano che erano le due Berlino ho ricordi intensi. Nel 1982, anno della mia prima visita, il muro oggi oggetto di celebrazioni era una presenza reale che legava due mondi complementari. L’uno si specchiava nell’altro, l’uno esisteva per ribattere all’altro. Avevo poco più di vent’anni e il cibo già marcava le emozioni del mio viaggio. Ho accarezzato il muro dal lato di Kreuzberg superandolo sottoterra con il metrò. I lugubri bagliori delle stazioni illuminavano le  guardie di regime—i Vopos—promemoria d’inaccessibilità.

La parola globalizzazione non era stata inventata eppure entrambe le Berlino mostravano ai miei occhi italiani un mondo assai più ampio di quello cui ero abituato. In tutti i sensi.

All’Ovest, il 6° piano del grande magazzino KaDeWe, era il Feinschmeckeretage, il piano dei buongustai. Riuniva delikatessen provenienti da tutto il mondo, accessibili a chiunque avesse curiosità e denaro sufficienti per avventurarsi in cibi, consistenze, cotture ignote. Eataly e gli altri caravanserragli del cibo erano lungi dall’essere immaginati in Italia. Lì invece tutto era già esibito con naturalezza.

Per strada chioschi variopinti offrivano piramidi di morbidi falafel che avrebbero impiegato più di due decenni per arrivare in Italia, e la domenica, gli enormi prati a occidente della Porta di Brandeburgo si riempivano di profumi provenienti dai bracieri della comunità turca. Al contrario, la tradizione tedesca si riuniva nel celebre Zoo di Berlino. Già alle sette del mattino dei giorni festivi si vedevano lunghe tavolate fare colazione con birra e wurstel, mentre una formidabile banda intonava musiche classiche e popolari.

Passando dall’altra parte del muro, ricordo il pranzo nel ridondante ristorante della Staatsoper, lungo Unter den Linden. Sembrava un film in bianco e nero, cibo povero servito in stoviglie inutilmente sfarzose. Nel tavolo a fianco gli ufficiali sovietici stappavano champagne, e l’apparizione di Marlene Dietrich non mi avrebbe stupito.

Di tutt’altro tenore la prima pizzeria italiana, e il self-service della Alexanderplatz: lì mi colpirono le posate, di una lega metallica leggera come non l’avevo mai sentita. L’acciaio era un bene di lusso. Berlino est era grandiosa. Tra musei, teatri e bierstube offriva una visione diversa ma non meno orgogliosa della gemella, che però non si vedeva nelle mappe, quasi fosse un fantasma. Ssfidando le regole che limitavano il movimento dell’ospite occidentale a confini ben precisi, sono salito su un autobus lasciandomi trasportare verso est. Il caso mi portò in un villaggio rurale dove era in corso una festa popolare. Io, ospite, fui accolto con stupore e naturalezza, e quel giorno speciale è indissolubilmente legato al ricordo della gran quantità delle frittelle di mele che mi vennero offerte. Memoria olfattiva

Oggi si ricorda la caduta del muro di Berlino, la “mia” immagine è quella di Mstislav Rostropovič che suona il violoncello tra il battere dei martelli, e la vostra qual è?