La frase del giorno | I’m dreaming on a green Christmas

La frase del giorno, Carlo Petrini su RepubblicaLo ha scritto oggi su Repubblica il capintensta di Slow Food, Carlo Petrini. Ora, presidente Petrini, guardiamoci negli occhi. Io non pretendo che il nostro pensatore ecogastronomico di riferimento, uno il cui core-business è essere molto guru trecentosessantacinque giorni all’anno, faccia tacere la sua proverbiale coscienza verde proprio a Natale. Però potremmo, cortesemente, risentirci dopo le feste?

Massimo Bernardi Massimo Bernardi

11 Dicembre 2009

commenti (37)

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  1. Faccio notare che il Topinanbur e’ autoctono… del nord America, e anche moltissime delle zucche che mangiamo non sono certo autoctone italiane ma del continente americano o dell’africa.

    Comunque, posso dirlo? eccheppalle con questa storia dell’autoctono! Se ci fosse stato Petrini nel 1492 non avremmo avuto le patate e i pomodori perche’ avrebbero “rovinato” le nostre tradizioni e la biodiversita’ autoctona

    1. Fante ha detto:

      “eccheppalle con questa storia dell’autoctono!”

      92 minuti d’applausi!
      Ci mancava il leghismo ortolano. Difendiamo la varietà e i particolarismi, ma evitiamo di discriminare gli ortaggi.
      Altrimenti tra un po’ leggeremo “tre carote rasate picchiano dattero senza permesso di soggiorno”

    2. Chefclaude ha detto:

      11 dicembre 2009 ore 14:46

      Fante entra nel mito.

    3. Fante ha detto:

      State tentando di sedurmi? Ambite al mio ventre?
      Pazze!

    4. Chefclaude ha detto:

      Tranquillo: porto “tre carote ben rasate” e datteri medjoul giganti.

    5. Chefclaude ha detto:

      Certo è che quella tua leucofobia non dispone molto a tuo favore…

  2. alfredo ha detto:

    Leggete bene, è solo un’invito, a comprare prodotti agricoli preziosi, autocnoni e regalarli a Natale, senza esagerare.
    Ovviamente se preferite i datteri e altre varietà che non possono crescere (per ora) in tutta Italia, fate pure, è Natale, quindi se volete mangiate anche il Kebab con i vostri parenti.:-)))

  3. che poi c’è gente che se il kiwi non è della nuova zelanda non lo mangia. ma dico, se queste varietà crescono pure in italia, perché andare a complicarsi la vita facendole arrivare da chissà dove? domani pianto un banano, poi vediamo.

    1. Fabio Cagnetti ha detto:

      Per crescere, crescerebbe pure; è sulla maturazione dei frutti che (con l’eccezione di qualche varietà in qualche zona della Sicilia) avrei qualche dubbio.

  4. fabrizio scarpato ha detto:

    Mi esaltavo al “Pueblo unido jamas sera vencido”, suonavo con la chitarra gli Inti Illimani, fui già meno sensibile a “El condor pasa” di Simon e Garfunkel, ma passai il settembre del 1973 a Parigi in concomitanza col golpe cileno, partecipando a manifestazioni e concerti di solidarietà con Mercedes Sosa, Quilapayun e molti altri. Bellissimo, fortissimo. Pelle d’oca. Poi una sera scappai dalla Sorbona per andare ad ascoltare Bach a Saint Germain.
    Qualche tempo dopo Lucio Dalla cantava “la musica andina che noia mortale, sono più di tre anni che si ripete sempre uguale..” e aveva ragione.
    Quella musica non cavalcava più il suo tempo, legata a fatti ed emozioni passate, da non dimenticare, mai, sia ben chiaro, ma necessariamente da rielaborare, attualizzare.
    Massimo Bernardi è il nostro Lucio Dalla, Carlin Petrini i nostri Inti Illimani: urge cambiare quantomeno registro e soprattutto allargare e attualizzare il repertorio. Già si intuisce la presenza di alcuni nostalgici 😉

  5. boogie ha detto:

    ma se leggete tutto l’articolo si parla di sobrietà nei regali, del non sprecare cibo e di riscoprire l’agricoltura di prossimità. autoctono va a braccetto con locale, il senso quindi è di comprare locale, sostenere le economie di terriotrio e la biodiversità. poi se uno vuol vedere dogmi dappertutto allora finirà con non trovare senso in niente. se si mangiasse soltanto autoctono nel senso stretto del termine si mangerebbe ben poco. approfondite gente, approfondite…

    1. Autoctono vuol dire una cosa ben precisa, che non c’entra con locale. Le parole hanno un senso preciso.
      Sul privilegiare a tutti i costi le produzioni locali, gia’ due secoli fa David Ricardo sosteneva con la sua teoria dei vantaggi comparati che fosse meglio che il Portogallo producesse vino e l’Inghilterra tessuti, per poi scambiarsi i prodotti con il commercio internazionale. Altrimenti rischieremmo di avere pessimo vino inglese e scadenti tessuti portoghesi.

      Ad approfondire si impara, appunto, che la mistica del “local” a tutti i costi non ha molto senso.

    2. Quoto.
      Non esiste il buono al 100% e il cattivo al 100%.
      Nelle persone, nel cibo, nei prodotti, nei comportamenti.
      Si deve valutare e poi decidere, senza preconcetti o schemi fissi.
      Ottime basi etiche e poi elasticità, flessibilità e disponibilità.

    3. boogie ha detto:

      “prediligere locale e autoctono” non significa comprare soltanto locale e autoctono.

    4. luca p ha detto:

      Ma se parlassimo di produzioni “localizzate” il tutto potrebbe avere più senso? non credo che Petrini punti a far consumare la famosa vanilla del Madagascar a chi la produce altrimenti il sistema economico farebbe tilt in dieci secondi netti (e non avrebbe senso, ad esempio, fare Terramadre). Credo che nelle parole di Petrini (e non solo in questo articolo) ci si una esortazione ad approfondire il sistema di produzione alimentare per riscoprire prodotti del nostro micro territorio, per imparare a conoscere prodotti nati e cresciuti a migliaia di chilometri da noi e per incentivare i consumatori ad avere una dieta più varia.
      Bisogna anche rilevare che alcuni termini come “autoctono” o “etnico” hanno acquistato una funzione semiotica diversa dalla stretta funzione linguistica e vengono spesso utilizzati impropriamente per indicare quelli che potremmo definire “orientalismi” cioè mondi altri diversi da “noi” (il concetto e mutuato “Orientalism” di E.W. Said) .

    5. Posso accettare (e condivido) “mangia verdura di stagione”. Da cosi’ il messaggio perde della “mistica del guru”, come dice Bernardi 🙂

    6. Sotto il mio uffico c’è un negozio etnico gestito da nordafricani e tra i prodotti in vendita ci sono la nutella e il burro di arachidi statunitensi, che per loro sono di altre etnie appunto. Come dar”gli” torto?

    7. alfredo ha detto:

      OK, ma è solo un invito per Natale 2009 quello del Petrini. Poi uno faccia come vuole, si compri quel che vuole, si mangi pure un’orso.

      Se poi il Petrini pensa “autocnono”, delle volte gli sfugge, che una verdura non è originata lì dove è coltivata.
      Delle volte però, questa verdura è coltivata e sviluppata meglio che la sorella che si trova da un’altra parte del Pianeta.

      Comunque le stoffe e il vino non erano menzionate nello scritto del Petrini, come articoli da regalo Natale 2009.

    8. Non cambia: perche’ mai “per principio” dovrei preferire una merce prodotta in loco rispetto ad una prodotta lontano?
      La risposta di Petrini la conosco, ma mi permetto di non condividerla: il cibo e’ come ogni altra merce e soggetta alle stesse regole economiche

    9. alfredo ha detto:

      Quindi che si compri quel che vuole Mister Bressanini.
      Io preferisco Autoctono.
      Buone feste.

  6. fabrizio scarpato ha detto:

    Le parole pesano e hanno il loro significato: se poi si vuole estendere il termine autoctono ad un territorio, più che a un prodotto, a una cultura piuttosto che a un nome, per me si sfonda una porta aperta, ma moltissimi non saranno d’accordo.
    Ma Petrini, per usare modi di dire popolari, secondo me continua a “mettersi sotto scopa”: lascia sul tavolo il settebello a coloro che non vedono l’ora di interpretare le sue parole adeguandole e ritagliandole su una visione conservatrice del mondo, del cibo, dell’agricoltura.
    Ho troppa stima di Carlin Petrini, tanto da pensare che lui se ne accorga benissimo: ma ha deciso di rischiare, vede forse l’obiettivo grande, e ha deciso che può permettersi qualche compromesso per strada, qualche concessione anche ad un minimo di inevitabile consumismo, molte forzature populiste, senza perdere di vista il fine ultimo, caricandosi tutto sulle sue spalle.
    Fine ultimo che tuttavia suona triste e arcaico: certamente Petrini vede più in là di me, ma il tono e il saio francescano non aiutano.
    Non aiuta un clima da “albero degli zoccoli” che, ripeto, deve esser sì parte integrante della nostra cultura, ma anche spinta di novità, energia inequivocabile, non strumentalizzabile, non assimilabile, non strisciabile, non calpestabile.
    Petrini è troppo grande per essere impunemente e rischiosamente un semplice ZGM (Zaia Geneticamente Modificato). ZGM Free.

    1. A me pare semplicemente un messaggio conservatore. Che fa il paio con l'”avversione” per gli Chef contemporanei che abbandonano la sacra via della Tradizione.

  7. carlo bogliotti ha detto:

    riposto qui quanto ho scritto nei commenti al post sui 20 anni di Slow Food:

    Intervengo per dire che so per certo che Petrini non ha nulla contro i cuochi “contemporanei” (ma gli osti non sono contemporanei?), come del resto nulla obietta Slow Food, a cui semmai non piacciono le generalizzazioni. Tant’è vero che abbiamo in programma per il prossimo anno di istituire nuovamente ciò facevamo un tempo: la settimana del gusto. Iniziativa che coinvolge quante più possibili grandi cucine d’Italia per proporre in quella settimana il loro menu a metà prezzo per i giovani sotto i 26 anni. In passato, grazie alla settimana del gusto di Slow Food, si sono avvicinate a questo mondo giovani persone come Roberto Burdese e Marco Bolasco, tanto per citarne due. è ora di rimetterla in pista per stimolare le nuove generazioni.

    Qui non si tratta di contrapporre sempre tutto a tutto. Perché così si perde di significato. Petrini, vi assicuro, non è vero che non perde occasione per criticare gli chef stellati. Critica gli eccessi, la perdita di buon senso e di contatto con la realtà produttiva in cui alcuni di loro ogni tanto cadono presi dalla rincorsa alle stelle. Dire che la tradizione è importante e va tenuta in conto non significa dire che esiste solo la cultura tradizionale e il resto fa schifo. Se si volesse riproporre sempre e solo la tradizione tout court si cadrebbe nello stesso errore di quegli alcuni chef stellati che ogni tanto ci permettiamo di criticare: eccessi, perdita di buon senso e di contatto con la realtà produttiva agricola.
    Ma Slow Food guarda attentamente al mondo delle grandi cucine, è nel suo DNA sin dall’inizio. Soltanto perché non pubblica un’ulteriore guida dei ristoranti in mezzo alle tante altre che già ci sono non signifca che non ne apprezzi il portato innovativo, la grandezza della tecnica, il piacere che se ne ricava.

  8. cos’e’ autoctono? In senso stretto e’ qualcosa che ha avuto origine in un certo territorio. Di solito e’ ben difficile capire e scopriere dove un organismo si sia originato, in genere e’ dove esiste una diversita’ maggiore a livello di genoma di una popolazione, per questo si parla piu’ di centri di diversificazione. Per es. la vite ha un suo centro di diversificazione in Georgia, intorno al Mar Nero, la mela hanno scoperto recentemente che probabilmente viene dal Kazakistan (come Borat), ecc. L’uomo viene dall’Africa, per cui neanche noi a ben guardare siamo autoctoni qui! E poi i pomodori, le patate, e millanta altre cose che non esisterebbero in Italia.
    Se poi si decide di spingere l’idea del km zero, ecco che per es. i vini italiani dovrebbero smettere di essere esportati in USA, Australia, Cina, ecc. Ma anche bere un vino siciliano in piemonte, e viceversa, sarebbe molto poco km zero.
    Mi piacerebbe anche a me che si smettesse, o almeno si cominciasse a spingere meno su un certo tipo di retorica, che poi forse l”italia e’ il paese al mondo dove c’e’ meno bisogno di insegnare ste cose, per es. se lo paragoni all’Inghilterra dove stanno cominciando ora a riscoprire la loro roba e le loro tradizioni. Io per es. comincio a stufarmi di tutte queste carte dei vini fatte solo con i vini della zona, in qualunque zona si vada, e che noia!

  9. Enzo Vizzari ha detto:

    Chiedo mille volte scusa per l’autocitazione, che proprio non appartiene al mio modo d’essere e di fare, ma mi permettto di rinviare all’attacco del pezzo della mia rubrica settimanale su L’espresso in edicola da ieri.

    1. visto che ne ho comprate tre copie, sottolineo il bell’attacco del pezzo, sante parole e prosegue pure meglio 😉

      (non potevo resistere direttore!)

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