di Massimo Bernardi 21 Luglio 2010

Volevo annotarmi qui che gli abitanti di Schio, 37 mila anime in provincia di Vicenza, sono dei geni, nel caso un giorno una botta fra capo e collo me lo facesse dimenticare. Capita che lo scorso 14 luglio il Consiglio comunale della cittadina, evidentemente in vena di portofinismi, approvi certe deroghe al piano dei pubblici esercizi nel centro storico, stabilendo che aggirare il blocco delle licenze imposto dalla Regione Veneto si può ma a una condizione: essere dotati di una buona valutazione da parte delle quattro sorelle, ovvero Guida Michelin, Slow Food, Gambero Rosso, L’Espresso.

Altre concessioni andranno ai ristoranti che propongono menù “a km 0”, oppure a chi decide di aprire in luoghi particolari tipo biblioteche, teatri, parchi.

Così a Schio si vuole ovviare alla mancanza di ristoranti decisivi che secondo il Consiglio comunale “potrebbero fungere da attrazione per chi arriva in città”. Leggo e non so se rallegrarmi o preoccuparmi: e se ai ristoratori di Schio ci scatta la carogna?

“I ristoratori locali hanno accolto con freddezza l’iniziativa che punta troppo in alto rispetto alle esigenze reali della città”.

Non vorrei dire noi l’avevamo detto, ma: noi l’avevamo detto.

Si aggiunge la Confcommercio di Vicenza.

“In questo modo lo sviluppo del settore rischia di non essere equilibrato, si finisce per discriminare altre attività di pubblico esercizio”.

Si aggiunge la Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi).

“Un altro aspetto riguarda le guide di riferimento – Chi le ha scelte? Perché quelle e non altre? Ci sono altre valide pubblicazioni come quelle della Federazione Italiana Cuochi, dell’Ais o Aibes, queste non valgono? E poi, siamo sicuri che il mercato locale richieda questo? Non sarebbe meglio concentrarsi sulla crescita professionale delle attività esistenti?”

Si aggiunge Barbara Cecchetto del ristorante Bistrò.

“Come conciliare le stelle Michelin con una clientela che appena può chiede lo sconto? Forse Schio non è la piazza giusta per ristoranti di un certo tipo, qui i piatti tradizionali vanno per la maggiore. Nel nostro menù abbiamo dovuto toglierle le pietanze particolari perché appena i prezzi superano una certa soglia il cliente non ci sta”.

Letto tutto? Allora, decidete voi se queste sono, come a me pare, compromettenti evidenze di smarcamento dalle guide ai ristoranti, che vuoi o non vuoi, nemmeno più a Schio fanno la differenza ormai. Noi per un’ora non ci siamo, tra un minuto scatta la merenda nel quartier generale di Dissapore. Addio.

[Fonte e immagine: Il giornale di Vicenza]