di Massimo Bernardi 20 Aprile 2010

Che la nube vulcanica islandese sia indietreggiata per lo spavento di un incontro ravvicinato con Bertolaso (ipotesi 1). O che gli areoporti italiani siano stati riaperti perché le previsioni di una pioggia di cenere sull’Italia erano esagerate (ipotesi 2, più probabile), l’eruzione del vulcano Eyjafjallajökull ci ha reso ansiosi.

E pur dovendo sopportare una pioggia ben più molesta, dal momento che ogni giornale del pianeta si è strenuamente impegnato a stimare i danni della catastrofe – e 63.000 voli cancellati su, e 20 milioni di euro persi giù, niente frutta fuori stagione qui, quanto guadagnano taxi, pullman e treni lì – il pensiero di un’imminente fine del mondo (2012?) si è impadronito nei nostri cervelli.

A parte quello di Carlo Petrini.

Ora, con tutta l’esorbitante ammirazione per l’uomo di sinistra vecchio stampo, per il fondatore di Slow Food, per il venerabile maitre à peinser eco-gastronomico, per colui che sempre detterà la nostra agenda di gastrofanatici, non è che ‘stavolta, pensando in specie alle tribù che smoccolano negli aeroporti, Carlo Petrini ha detto una stronzata?

O sono io?

[Fonti: Dolce la vita, immagine: Reuter]