di Massimo Bernardi 23 Marzo 2010

Già uno che si chiama tutt’insieme ernestogallidellaloggia un po’ d’impressione la fa, no? Dopodiché, se l’editoriale che ha scritto domenica per il Corriere della Sera, dal titolo “Un’Italia anticristiana“, lo ritroviamo copiancollato su un altro quotidiano (l’Osservatore Romano di ieri) — cosa mai vista prima — è la volta che ah uh gridolini di stupore come se piovesse. Un fenomeno. Che a un certo punto del famoso editoriale, pur occupato a prendersela con gli atteggiamenti anticristiani degli italiani, sente il bisogno di fare un distinguo.

“Tutto ciò che è antico, che sta in una tradizione, è sempre più sentito come lontano ed estraneo, unica eccezione l’eno-gastronomia: l’ideologia dello slow food è la sola tradizione in cui gli italiani di oggi si riconoscono realmente”.

Ussanta, pensa che bello se fosse così. Ma non ci avevano detto che “l’ideologia dello slow food” aveva il limite di essere elitaria? Che mangiare slow sarebbe bello, ma è un lusso per pochi, magari “snob” e “comunisti” se a parlare è il ministro delle politiche agricole Luca Zaia.

Aiutatemi a capire, quelli che tra il 2008 e il 2009 “hanno tagliato tutto il tagliabile: alcolici e tabacco, alimentari (-3,5), bar e ristoranti (-2,7%)“, sono gli stessi italiani che si riconoscono nella tradizione rappresentata dall’ideologia dello slow food? Cioè, sono disposti a pagare di più per avere una qualità migliore?

Oppure dobbiamo liquidare il distinguo gurmé di Ernestogalliblablabla con luogocomunismi quali: “se di cibo possono parlare tutti che almeno non si addentrino nel ginepraio delle cose in cui si riconoscono gli italiani”?