di Massimiliano Tonelli 25 Settembre 2011

Crisi? Shock finanziario? Quell’odoraccio di recessione che da qualche settimana viene sapientemente diffuso nell’aria dai menagrami che la vedono lunga? Cosa volete che gliene importi, a New York. Ossia, magari qualcosa gli importa. Magari importa all’industria del turismo, magari importa all’industria che fa capo a Wall Street, giù giù a Downtown nel perdibile Financial District (dove infatti si mangia malissimo), magari importa all’industria del real estate. Ma c’è un industria, importante in città tanto quanto tutte quelle menzionate, che se ne frega bellamente: si chiama restaurant industry e fa impressione.

Qualche numero? 30 miliardi di dollari il fatturato dei ristoranti previsto nel 2011. Come una nostra robusta legge finanziaria. 698.300 gli impiegati nell’industria dei ristoranti, qualcosa come l’8% del totale della forza lavoro. Nei prossimi 10 anni è previsto un ulteriore aumento, per attestarsi al 2021 secondo la National Restaurant Association a 754.000 addetti: assai più del triplo dei dipendenti che Fiat ha in tutto il mondo. Ancora? Ancora! I posti dove mangiare a New York erano nel 2009 poco meno di 40mila, ma quello è stato un anno terrificante e oggi devono essere qualcosa di più: da qui deriva il detto secondo cui per mangiare in tutti i ristoranti della città, contando di pranzare e cenare fuori tutti i giorni, non basterebbero 50 anni.

In questo contesto tutt’altro che romantico (il settore, per dire, è determinante per il gettito fiscale dello stato di New York che senza l’apporto dei ristoranti andrebbe a gambe all’aria), non si pensa però a fare solo quantità. La qualità è diventata da qualche anno, come abbiamo più volte sottolineato anche qui, un driver di crescita strategico e cruciale per la città di New York. Ed è di questi giorni l’ultima notizia in tal senso. L’ultimo tassello di quello che i food reporter newyorkesi ormai chiamano “gourmetification” dei contesti più vari.

A fare notizia è stata la gourmetification della festa di San Gennaro, ex ricorrenza trash di mezz’agosto che si svolge tra Mott, Prince, Mulberry ed Elyzabeth. Insomma, in quell’incrocio ortogonale di strade che un tempo era Little Italy e che negli anni si è trasformato in accozzaglia kitsch di negozi di specialità italiane spesso discutibili e ristoranti che dire turistici è un eufemismo.

Quest’anno tutto è cambiato. E se i locali di Little Italy lo stanno già facendo –si pensi a Torrisi Italian Speciality i cui osannati proprietari Rich Torrisi e Mario Carbone sono stati gli artefici delle novità- ora è toccato alla Festa di San Gennaro. Torrisi e Carbone hanno chiamato un grappoletto di chef famosi in città, chiedendogli di preparare street food d’eccellenza: durante le festività due stand posizionati subito fuori il Parm (il nuovo locale che Torrisi e Carbone stanno per aprire su Mulberry) hanno ospitato un dreamteam di inediti cucinieri da strada, tra di loro gente come Wylie Dufresne, guru della cucina molecolare con ristorante nel Lower East e April Bloomfield, cuoca mai troppo celebrata per i suoi Breslin Bar e Spotted Pig, un pub con tanto di stella Michelin.

Insomma è come se a Roma, per la Festa de Noantri, mobilitassimo Cristina Bowerman del Glass, Gigi Nastri di Settembrini o Arcangelo Dandini di Arcangelo, invece dei soliti camion-bar velenosi e per di più gestiti da personaggi e famiglie che, per usare un eufemismo, definiremo “discutibili”. Non che in Italia la gourmetification sia un fenomeno sconosciuto (si pensi a cosa sta succedendo allo street food, tra gelati, panini, e pizza a taglio), tuttavia gli spazi di miglioramento sembrano sconfinati.

E come al solito, si finirà chissà tra quanto, per inseguire l’America.

[Crediti | Link e immagini: New York Times, New York Post]