di Massimo Bernardi 5 Agosto 2010

Cerco l’immagine perfetta per descrivere cosa succedeva nei ristoranti nazionali un’estate fa e non mi viene altro che “l’estate delle truffe”. Dal conto di 695 euro del Passetto di Roma è stato come aprire il vaso di Pandora. Ci sono tutti i segnali perché quella corrente venga archiviata come l’estate del pesce taroccato.

Non è solo una storia succosa, da settimane in molte regioni italiane, specie Puglia, Campania e Toscana, va in scena una versione ipergrottesca delle nostre pescherie, dove pesci per lo più importati dall’Est vengono spacciati per altri o venduti come locali.

Protagonisti dei più frenetici taroccamenti sono il pangasio, pesce di fiume tailandese abitualmente venduto come fosse un filetto di cernia. C´è poi il polpo vietnamita surgelato e distribuito anche a Mola di Bari, la patria del polpo doc. Il pollak stagionato, pescato abitualmente nel Pacifico settentrionale e nel mare di Bering si trasforma in merluzzo fresco mentre lo squalo smeriglio, tipico del Mediterraneo, diventa prelibato pesce spada. E’ stato trovato poi del comune pagro fresco venduto come dentice rosa, e filetto di brosme, che si pesca nelle coste atlantiche del Canada al posto del baccalà.

Il prezzo reale del pesce taroccato è fino a otto volte inferiore rispetto all’originale. Un caso eclatante scoperto nei giorni scorsi dalla Capitaneria di Porto di Molfetta (Bari) è quello dello squalo smeriglio acquistato da una pescheria a 2,50 euro al chilo, e rivenduto come pesce spada fresco a 19 euro. Il punto è che per il 75% dei controlli effettuati nel 2010 non è stato possibile tracciare la provenienza del pesce. In pratica non si sa da dove arriva, nonostante la legge lo imponga.

Chi sono gli spacciatori del mare? Soprattutto i grossisti che scambiano, spacciano e poi rivendono. E guadagnano. Molto, si tratta di un giro d’affari da decine di migliaia di euro. Il pesce arriva in Italia regolarmente, sui voli o nei container della grande distribuzione, poi finisce sui banchi dei grossisti senza etichette, rivenduto a pescherie o ristoranti come varietà del Mediterraneo non più rintracciabili.

Un’immonda marmaglia che si sta organizzando, oltre a far arrivare il pesce dalla Cina, il Vietnam o l’Indonesia, i grandi grossisti hanno cominciato ad allevarlo. Datti alla mano, conviene. Ma oltre che illegale è un giochetto pericoloso. Il granchio cinese spesso spacciato per un crostaceo nostrano è molto forte e aggressivo, in grado di fare piazza pulita degli altri crostacei provocando danni perfino all’ assetto idrogeologico dei nostri territori.

[Fonte: Repubblica Bari, Immagini: Google Immagini]