di Massimo Bernardi 1 Febbraio 2012

La vicenda del “PreConto” servito a un cliente del ristorante Angelina di Testaccio, a Roma, è un’incredibile, banale, trita infilata di clichés, un’espressione del peggior “i ristoratori sono tutti evasori”-pensiero. Un neointollerante dello scontrino mancato che analizzasse il caso concluderebbe soddisfatto che – stringi stringi – i gestori di bar e ristoranti sono istintivamente evasori. Non è così, ovviamente, i più sono seri e rigorosi.

Ma torniamo a Testaccio. La scena è quella che uno studioso di guide gastronomiche o recensioni di TripAdvisor conosce a menadito. Il bel ristorante, i tavoli pieni, il personale solerte, l’inevitabile: “c’è da aspettare un quarto d’ora”. Poi finalmente il tavolo e la cena. Dopodiché, tra sazietà da guanciale e riflessi che la bottiglia di Cesanese offusca piacevolmente, le difese si abbassano. Una battuta, un sorriso e volemose bene, in fondo per buona parte delle nostre vite abbiamo seriamente cercato di non essere str**zi.

Così, l’interpretazione che i ristoratori danno della ricevuta fiscale diventa elastica. Alla domanda: “scusi mi porta il conto?”, segue presentazione di un biglietto di carta. Del tutto simile a quello che dovrebbe se non fosse per la curiosa espressione: “PreConto”. Del tipo: il cliente che va ora, lo stanaevasori, vuole il pezzo di carta? Io glielo do. Ma è un “PreConto”, un vero pezzo di carta senza valore fiscale. Fatta la legge trovato l’inganno.

Qualcuno si arrabbia, e per spiegare come sia possibile essere tanto impuniti scomoda la legge.

“Per dire: la sospensione della licenza, per un minimo di tre giorni, scatta solo dopo tre mancate emissioni di scontrini o di ricevute nell’arco di cinque anni. Tre controlli della Guardia di Finanza allo stesso ristorante sono un’enormità, viste le forze in campo”.

Ma io penso ancora al “PreConto”. E mi viene in mente Totò. Chissà se vi è mai capitato, dico il “PreConto” non Totò.

[Crediti | Link: Puntarella Rossa, Il Fatto Quotidiano, immagine: Puntarella Rossa]