di The Fooders 5 Settembre 2011

MARCO BACCANELLI (The Fooders). La notte prima di entrare a Rebibbia non sono riuscito a chiudere occhio. Pensavo. Pensavo a qualsiasi cosa, mi ponevo quesiti di ogni genere. Leciti dubbi e morbose curiosità da persona che non è mai stata a contatto con questa realtà. Sia chiaro che non erano pensieri del tipo “che bello andiamo a cucinare con dei detenuti, che esperienza eccitante!”, ma ti senti davvero un pivello. Mi è capitato di parlare con persone che erano li, come me, da ospiti, e in alcuni di loro era chiara quell’insensata esaltazione e curiosità di avere “un incontro ravvicinato di qualsivoglia tipo con un carcerato”, come fossimo allo zoo.

Poi c’è chi in maniera evidente manifesta disagio, e chi cerca di fare l’amicone con tutti per far vedere che lui li dentro ci sguazza…tutte cazzate.

Dentro un penitenziario non si sta bene, mai.

Io del carcere di Rebibbia ho visto l’entrata, il corridoio che porta fino alle cucine, le cucine e questa enorme sala dove abbiamo mangiato tutti assieme. Dentro, ci entri dopo aver svuotato le tasche e dopo il passaggio sotto al metal detector. No telefoni, no chiavi, nessun oggetto contundente entra da fuori. Con noi sono passati solo 10 piccoli matterelli per stendere la pasta.

La cucina è enorme, come quelle da catering. Forno, abbattitore, bollitore, zone separate fra loro come Dio ASL comanda. E se ti capita di dimenticare che sei dentro un carcere di massima sicurezza, sono le sbarre alle finestre e la polizia penitenziaria in giro per la cucina a ricordartelo. Questa cucina deve produrre cibo a pranzo e a cena. Solo nel nuovo complesso vivono oltre 1800 uomini, complesso che tra l’altro potrebbe ospitare non più di 1500 persone, chiaro esempio di overbooking, non è così?

Cominciamo a cucinare.

Spiego ai detenuti come impastare uova e farina per fare la pasta. Alcuni mi ascoltano, altri mi prendono in giro agitandomi davanti al naso la palla di pasta già stesa, mentre io mi perdo in spiegazioni tecniche.

I coltelli che si usano sono sempre gli stessi, si contano appena entrati in cucina e si ricontano all’uscita. Mentre stendiamo la pasta chiedo ai ragazzi se in cucina ci sono delle acciughe e loro mi spiegano che sono vietate. Qualche anno fa un detenuto con delle acciughe sottovuoto fece entrare anche altro, quindi ora quell’alimento è vietato.

Uno di loro si chiama Omar, è egiziano, gli altri mi raccontano che fa una pizza buonissima, ma senza lievito perché non lo possono usare causa fermentazione alcolica. Io mi lascio sfuggire qualcosa sul lievito madre e per la prima volta noto silenzio e interesse.

Assieme alla pasta avremmo dovuto fare anche il ragù, ma la carne lasciata all’aria aperta procurata molto gentilmente dagli operatori di Rebibbia ci ha fatto preferire un ajo e ojo, unica soluzione possibile. Fortunatamente apprezzata da tutti, anche se per qualcuno l’aglio era poco soffritto.

Dentro è un mondo a parte. Tutto è filtrato, si vivono continui paradossi, e penso di non sbagliare se dico anche diverse ingiustizie. Molti detenuti che in quei giorni facevano lo sciopero della fame mi chiedevano cosa si diceva fuori. Tu come glielo spieghi che mentre loro si privano anche del cibo, fuori parlano di Tarantini, le puttane e… tutto tranne il loro sciopero?

FRANCESCA BARRECA (The Fooders). Alla mail che ci invita a Rebibbia per un’attività legata al festival Soulfood di Donpasta, rispondo così:

” (…)avendo vissuto per anni nel quartiere popolare Pietralata, ci sono passata davanti milioni volte per andare a trovare mia nonna che abita nel quartiere strapopolare di San Basilio, quindi ho guardato quel carcere miliardi di volte dal finestrino posteriore della Fiat Uno blu dei miei genitori. Quando sei bambino ti fa riflettere molto vedere spesso un carcere, quindi disponibilità massima!”

Generalemente in cucina gli uomini che non mi conoscono mi trattano da donna. Della serie Marione fallo tu quel lavoro lì che quella Francheschina sicuramente non può farlo, è una donna! Ma che ci fa qui!

A Rebibbia no, invece, là gli uomini del maschile, quelli che lavorano in cucina o ci vanno in qualche modo vicini, sono nella condizione psicologica di un essere vivente in una gabbia. Hanno gli occhi tristi, a tratti li vedi felici di vedere qualcuno che è venuto da fuori, non strilla nessuno, e soprattutto sono tutti obbedienti.

Nonostante la loro attenzione alle spiegazioni, mi sentivo una cogliona che faceva fare la pasta (a degli ergastolani, in qualche caso) sperando di fargli passare una bella giornata. Eeeee!!! E’ qui la festa?!

Nonostante io abbia sempre creduto nel contatto umano con le persone in difficoltà, questa volta ero scettica ma ho proseguito nella mia scenetta di insegnante di cucina: avevo da poco fatto centinaia di tortelli con lo chef Salvatore Tassa e ho sganciato qualche trucchetto sulla sua pasta all’uovo a qualche detenuto. Poi, tutto un susseguirsi di: il coltello si tiene così, le erbe asciugale bene sennò le maceri, la cipolla tagliala così, non far bruciare quello e quell’altro.

La pasta all’uovo è venuta bene, e loro si sono fatti anche qualche risata. E anche io, anche troppo lo ammetto, qualcuno era del mio stesso quartiere, quindi a un certo punto è cominciata una serie di: ma lo conosci il figlio di, il fratello di, ma a che scuola sei andato, etc. La borgata era sicuramente un punto in comune, e alla fine lo scambio è riuscito.

Le mie informazioni per le loro: ve ne dico qualcuna.

— L’aglio in crema in cella si fà mettendo lo spicchio in una busta di plastica per poi pestarlo con la moka.
— La pizza, si fà anche la pizza in cella, ma senza lievito, che sennò la gente crea l’alcool per stordirsi.
— Si fà anche la pasta all’uovo, infatti fra quei ragazzi ce n’era uno (il classico omone che a Roma viene definito “un cristone”) che ha impastato meglio di una macchina, ha fatto una palla di pasta così liscia che sembrava il culetto di un bambino.

Poi, in ogni cella ci sono 4 o 6 detenuti, e ovviamente non tutti sanno cucinare, quindi ce n’è uno che cucina per tutti. E gli ingredienti? Gli ingredienti per cucinare si comprano con il budget settimanale (proveniente dalle famiglie) che i detenuti più generosi mettono a disposizione per fare una spesa comune. Infatti chi può cerca di evitare il carrello. Il carrello: con il carrello passano i pasti della mensa. In quei giorni c’era lo sciopero del carrello, ma nessuno ne ha parlato. Quello stesso giorno Grazia Soncini del ristorante La Capanna di Eraclio riconquistava la stella Michelin, e la Festa a Vico era in preparazione.

Tanti commentatori di Dissapore dissertavano qua e là di cibo come fosse oro. E anche io ne ho parlato così a loro, no, senza farmi scrupoli del fatto che non potessero permetterselo. Secondo me instillare una curiosità, spingere alla ricerca, cercare di tendere al meglio è di fondamentale importanza. Vorrei concludere con una frase fondamentale, tratta da una serie-tv capolavoro: OZ, che dice più o meno così.

“Se ci fossero più scuole, e investimenti sull’istruzione, ci sarebbe molto meno bisogno di costruire continuamente carceri”.

[Crediti | Link: Soulfood, Dissapore, Festa a Vico. Tutte le immagini sono di Davide Dutto]

commenti (20)

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  1. Avatar jade ha detto:

    ecco. avevo scritto due giorni fa riguardo al cibo in carcere. vabbè.

  2. Grande post.
    Nelle carceri italiane la necessità della cucina partorisce piccoli capolavori di sopravvivenza.
    Basta vedere le ricette dei carcerati della casa circondariale di Fossano, immortalate da Michele Marziani e Davide Dutto nel bellissimo, struggente Gambero Nero.

    Per non parlare di progetti organici come la Fattoria di Al Cappone, o i mitici panettoni e prodotti da forno di Giotto (Carcere di Padova).

  3. “Se ci fossero più scuole, e investimenti sull’istruzione, ci sarebbe molto meno bisogno di costruire continuamente carceri”

    il finale perfetto.

    1. Avatar jade ha detto:

      beh. il finale perfetto forse sarebbe stato parlare di misure alternative.
      quando cresci in un campo nomadi, la scuola, pur frequentata regolarmante, non basta, a volte, per prevenire reati.
      ragazzi, apriamo gli occhi.
      siete a conoscenza della situazione delle detenute madri?

    2. Sarebbero tantissime le cose da dire, e quelle da sapere in particolar modo quando si tocca un argomento del genere.
      Ben venga il dialogo, e più upgrade di informazione si hanno meglio è.
      Io ho visto davvero poco di com’è “dentro” e di quel poco mi sento di parlare facendo oltre tutto anche molta attenzione.
      Parlare di misure alternative è un po’ complesso, oltretutto su un blog che si occupa di tutt’altro.
      M.

    3. Avatar jade ha detto:

      Caro Marco,
      lo so bene che questo spazio si occupa di tutt’altro. io vivo Rebibbia sulla mia pelle, in maniera molto diretta, da sei anni. Al Femminile, tra l’altro, per certi versi più limitato come possibilità rispetto al maschile.
      Ti assicuro che quello che ho visto, sentito e vissuto ti porta in automatico a parlare di misure alternative. Senza magari rifletterci troppo, perché le cose che vedi passarti davanti e di fianco dopo il cancello, ti seguono fino a casa. Ogni giorno.
      Senza nulla togliere a quello che voi avete fatto.
      Già qualche giorno fa ero tentata di rispondere a chi ha citato l’argomento cibo e carcere, ma saremmo andati OT rispetto al tema. e non l’ho fatto.

    4. Non fatico a crederci, è successa la stessa cosa a me. Sono stato al femminile una sola volta e anche io ho notato molti più divieti e una forte tensione.
      Prendi questo post come una pagina di diario e nulla di più, perchè questo è.
      Ho mille cose in testa che avrei voluto scrivere e magari lo farò, trattando l’argomento da un diverso punto di vista.
      M.

    5. Avatar jade ha detto:

      io “M. che cosa ti porto quando torno?”
      M. “niente dai. lascia. solo il lettore CD se lo trovi, ho fatto la domandina per farlo entrare. CD va bene anche rumeno, o Gigi d’Alessio”
      io “ma da mangiare niente? ho preso Vegeta ma non può entrare, te lo tengo per poi. e la cioccolata senza nocciole, che le nocciole non si può”
      M. “no non voglio niente. portami solo un pezzo di pizza. bianca”

      ci sono cose che per raccontarle bene, tocca essere politically scorrect.

  4. Avatar jade ha detto:

    il budget settimanale proviene, per alcuni fortunati, anche dal lavoro. peccato che il listino prezzi interno sia completamente sballato rispetto ai prezzi del mercato esterno, specialmente per quanto riguarda i cibi non permessi nel pacco.
    ma questa, si sa, è un’altra storia.

    1. Avatar jade ha detto:

      p.s. il problema non sono le acciughe. sono vietati tutti i sottovuoti da qualche mese.

  5. Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Davide proprio in questa occasione.
    Persona dotata di rara umanità e ottimo fotografo. Chi non ha mai “osservato” il Gambero Nero lo faccia al più presto.

  6. Avatar Francesca ciancio ha detto:

    Post tra i piu’ belli di sempre. E non perche’ e’ politicamente corretto ma perché offre info su uno spaccato che non conosciamo. Jade ha ragione : la situazione e’ ben piu complessa, ma meglio iniziare a parlarne che non farlo proprio . Secondo me
    Poi e’ molto OT dissapore dovrebbe essere molto piu’ spesso cosi’

  7. Avatar tommaso sussarello ha detto:

    Con Gilberto Arru e Giovanni Fancello stiamo curando il volume “Ricette Ristrette” realizzato dalla cooperativa dei detenuti del carcere di Alghero. In particolare ho avuto la possibilità di visitare le celle per scattare le foto e mi si è aperto un mondo straordinario, drammatico, ironico e surreale. Forni realizzati con sgabelli in ferro e lampade a gas. Detenuti dominicani, albanesi, sardi, napoletani, tunisini, algerini e cinesi. Spezie, ricette scritte in lingue illeggibili, piccoli segreti e tanta voglia di sperare ancora. Quindici giorni dopo la mia visita in carcere ho sofferto di improvvisi stati di ansia, ma fa parte di un esperienza indimenticabile.

    1. Avatar Luna silente ha detto:

      Ciao tom. Perche stati d’ansia…?