di Massimo Bernardi 25 Luglio 2011

Cose che non vorrei mai si dicessero: “non è tanto il numero di ovvietà che Dissapore scrive sulla casta; è il numero di ovvietà con tono “ora ve la spiego io la casta, mica le ovvietà degli altri”. Per cui puntualizzo subito che, come detto qui, su questa faccenda tutto è già stato scritto a partire dal libro di Stella e Rizzo. Ma vederle così, stampate sull’originale, certe cose fanno impressione lo stesso. Dunque, al ristorante del Senato si può mangiare uno spaghetto alle alici a 1,60 euro, un carpaccio di filetto a 2,76 euro, un pescespada alla griglia a 3,55 euro.

Mi pare evidente che le mangiatoie bazzicate da carte di credito meno privilegiate tipo la mia, non addebitino prezzi così pulciosi, insomma i nostri eletti stanno esagerando e speriamo che mille Spider Truman mandino loro di traverso queste pietanze mangiate quasi a sbafo.

Ma una cosa mi fa passare la voglia di fare battute spiritose, e vi assicuro, non è sapere della tavola apparecchiata come in un tre stelle Michelin, dei camerieri che servono in livrea o del bravissimo chef . No, ciò che mi istiga all’ingiuria è la differenza tra quanto pagano i senatori e quanto costa il ristorante, differenza che manco a dirlo è a carico del contribuente.

Ora fate attenzione. Supponiamo che questa settimana il senatore del Pdl Carlo Giovanardi, per dirne uno non proprio simpatico, sia andato al ristorante del Senato 3 volte ordinando ad ogni pranzo un primo, un secondo, un contorno e una bevanda standard. Mettiamoci anche un dolce dal carrello (purtroppo non il gelato la cui assenza dal menù è stata così fieramente lamentata da Rocco Buttiglione, senatore dell’Udc). Quanto ci ha richiesto sfamare Carlo Giovanardi negli ultimi 7 giorni?

(Questo post è senza chiusa per eccesso di scarpe tirate contro il monitor).

[Crediti | Link: Piovono Rane, Stivale Bucato, immagini: L’Espresso, segnalazione: Stefano Pertosa]