di Lorenza Fumelli 10 Maggio 2011

Ci mancava solo questa. Dopo guerre, terremoti, cataclismi e terrore diffuso per la prossima fine del mondo annunciata dai Maja, ci mancava solo il sismologo fai da te, al secolo Raffaele Bendandi, e la sua funesta previsione: domani, 11 maggio 2011 un terremoto distruggerà Roma. Quando ho sentito la notizia a mezzo di vecchine-al-bar-sotto-casa, non posso negare di aver provato un pizzico di sgomento. Anche dopo, appreso dal web che la causa dell’ondata di panico sarebbe dovuta alla micidiale alchimia tra emotivi suggestionabili e buontemponi, il senso d’ansia non s’è placato, persiste ancora adesso e non smetterà, temo, fino a domani a mezzanotte.

E se fosse vero? Pensateci per un attimo: se realmente dovessimo salutare oggi e per sempre Roma come la conosciamo? Dopo aver fatto gli opportuni scongiuri, questo è quello che farei io, una gastroradicalchic (cit.) capitolina col cuore a forma di Colosseo:

A cavallo del mio motorino raggiungo il Circo Massimo. C’è il sole e penso che a maggio Roma è davvero bella. Mi giro a guardare via San Teodoro sulla destra e saluto Cristalli di Zucchero e il Mercato del Contadino. Procedo veloce sul Lungotevere schivando l’autobus dell’Atac che prova ad ammazzarmi infilandomi tra le vie del Ghetto all’altezza della Sinagoga. Ci sono turisti, studenti, residenti e impiegati seduti a mangiare all’aperto, senza soluzione di continuità. Occupano i tavoli di ogni ristorante kosher, trattoria, pizzeria al taglio e bar e io penso che una crostata di visciole del Boccione, antico forno ebraico in via del Portico d’Ottavia, me la mangerei volentieri. Ma il tempo stringe quindi torno verso il fiume e vado avanti.

Percorro circa un chilometro di strada ricamata in rosso-fisso da circa 16 semafori e penso: chissenefrega, oggi va bene così. In corso Vittorio Emanuele II, per gli amici solo Vittorio, giro sulla sinistra e mi invicolo nel centro, quello delle botteghe, dei turisti, quello dei sampietrini. Passo davanti al Bar del Fico nell’omonima piazza e sorrido ai signori seduti al sole a giocare a scacchi, ignari della prossima fine (scongiuri, grazie). Vado ancora avanti e arrivo al Caffè della Pace e qui, a due passi da Piazza Navona, mi concedo finalmente un ottimo caffè. Mentre sorseggio piano, mi volto a guardare con una certa soddisfazione i visitatori stranieri seduti accanto a me e penso: “non la conoscerete mai come l’ho conosciuta io”. Magra consolazione

Metto in moto e riparto. Attraversato il fiume, punto dritta verso Trastevere e mi perdo per le piccole strade quasi sempre contromano. Quando penso di non trovare mai più la via di casa, come per magia, mi ritrovo in via S. Francesco a Ripa e al n° 137 riconosco uno dei posti più amati dai romani, quello che sull’insegna porta scritto solo: Il Supplì. Non mi trattengo e ne ordino due: strepitosi. All’angolo tra viale Trastevere e il Lungotevere c’è il grattacheccaro più famoso – non il migliore, che a detta dei romani esperti in materia sembra trovarsi a Testaccio – e se i luoghi comuni non ce li godiamo oggi, allora quando? Quindi grattachecca al lemon-cocco per tutti, offro io.

Continuo lungo il fiume fino a Porta Portese. Giro a sinistra e arrivo a piazza Testaccio dove alcuni banchi del mercato rionale sono ancora aperti. Cammino un po’ tra i commercianti che urlano e chiamano e invitano a toccare e odorare. Rimpiango di esserci venuta troppo poco in questo mercato e giuro a me stessa che se il Bendandi s’è sbagliato, ne farò uno dei miei posti preferiti. L’ho detto. Camminando a piedi arrivo fino a Via Giovanni Branca e mi concedo l’unica deriva gastrofanatica della giornata: il Trapizzino da 00100. Perché? Perché, e lo confesso con vergogna, io ‘sto Trapizzino non l’ho mai mangiato. Imperdonabile.

A pensarci bene non sono neanche mai stata da Heinz Beck alla Pergola, da Riccardo Di Giacinto ad All’oro, da Roy Caceres al Metamorfosi o al Convivio Troiani di Angelo Troiani. A dire il vero non sono mai stata in moltissimi ristoranti ma credo che per l’ultimo giorno (scongiuri) non sia davvero il caso di chiudersi da qualche parte.

Roma si saluta per strada tra la gente, con qualche amico e ‘na biretta nonostante le ordinanze comunali. Con la focaccia calda farcita di mortadella, col gelato, con i cornetti a notte fonda e con tutto quello che puoi mangiare camminando. Si saluta con l’orda dei turisti, con preti e politici, con i cinesi di Piazza Vittorio, gli africani di Termini, gli Emo buttati per terra a Piazza di Spagna e con i bangla tu-vuole-rosa-dai-comprare-rosa ad ogni angolo delle strade. Così si saluta Roma, almeno secondo me.

E voi? Cosa fareste, gastronomicamente parlando, se questo fosse l’ultimo giorno (scongiuri) da trascorrere nella capitale?