di Adriano Aiello 3 Aprile 2012

Ho letto una violenta definizione di Slow Food data dal giornalista e polemista Pietrangelo Buttafuoco. «Dicesi slow food di un posto, di una trattoria, di una stalla, di un luogo qualsiasi dove si trovava un formaggio squisito che il contadino vi vendeva a buon prezzo ma dove adesso hanno messo una stronza, magra come un chiodo, che non lo assaggia neanche ma che lo vende, il formaggio, a prezzo decuplicato».

Ah che bella la varietà enogastronomica italiana. Per fortuna che c’è chi la valorizza. Che goduria assaporare le specialità del luogo senza artifici industriali. Rispettarne la cultura e la tradizione. E l’appartenenza territoriale ovviamente.

Non sto facendo ironia come può sembrare. E’ un discorso in cui credo molto. Il km zero mi rimanda all’infanzia, a quella sensazione anche tattile dell’uovo caldo, bevuto fresco nell’eremo familiare in provincia dell’Aquila. Il punto è che io ci credo, ma il mio portafoglio decisamente meno. E quelli di Slow Food, che hanno il monopolio su grossa scala di questa idea di gastronomia, pare gradiscano attentarmelo.

Il loro peccato originale? Aver elevato a gastrofighettismo un progetto encomiabile e un’esperienza di ritorno alla naturalità “contadina”. Con quella puzza sotto il naso poi che è la cifra naturale del collasso della sinistra italiana. Lo abbiamo visto Carlo Petrini a Le Invasioni Barbariche e subito dopo l’appellativo radical-chic è dilagato ovunque. Mi ha ricordato l’intervento di opposizione a McDonald’s a Roma, anni fa, in un dibattito al seguito del film (idiota) Super Size Me. Al discorso pontificante di Slow Food, la voglia di hamburger a mezzo euro si diffuse subito nella sala.

Quella voglia traspare nella violenta definizione di Slow Food data da Pietrangelo Buttafuoco.

Al di là della sintesi non propriamente aulica del polemista che fa sfoggio di quell’asprezza cinica destrorsa che va non meno di moda dello slowfood (e quindi tocca dare della stronza a qualcuno) la sostanza tocca un nervo scoperto.

Ovviamente Slow Food ha risposto, ma invece di argomentare con forza sulla questione, giù di messa politicamente corretta e daje di “un’offesa a tutti quei produttori che con fatica quotidiana lavorano per salvaguardare un pezzo importantissimo del nostro patrimonio culturale”.

Il problema c’è e non è retorica da quattro soldi metterlo in piazza.

E’ vero che dedichiamo sempre meno sforzi economici all’alimentazione (molti prodotti della grossa distribuzione costano davvero troppo poco) ma veicolare la qualità attraverso il caro prezzi è strategia commerciale vecchia come il cucco. E anti-etica. Specie da parte di chi vuole imbastire un discorso etico. Non è l’unica strada. Non ci credo.