di Massimo Bernardi 23 Maggio 2011

Lo chef Andrea Alfieri del ristorante Sempione 42 di Milano ha gettato la spugna, e tu che ancora non ti sei ripreso dalla novità, scopri tra gli imputati lui (“non ci si costruisce una credibilità commerciale sottovalutando aristocraticamente il gusto dei clienti”) ma un po’ anche te stesso (“il Sempione 42 ricalcava nelle aspirazioni e nelle tentazioni verticali del conto, le modalità del pubblico mangiante e scrivente che, con snobistico sprezzo del ridicolo, si autodefinisce gastro-fighetto”). Come se lo “chef Alfio”, uno visceralmente appassionato del suo lavoro, basta averlo amico su Facebook per saperlo, fosse il prodotto terminale di un sistema fallace, basato sul cuoco-capriccioso che cucina per sé (e quindi finisce “per mangiare da solo”), e sul cliente-pirla il cui core-business è sperperare fortune pur di avere “un tocco di cibo contornato da macchie di salse colorate” da paragonare a un’opera d’arte.

Ma se è solo per questo che le sale sono deserte e i ristoranti falliscono, ti chiedi, perché accanto a locali di ogni ordine e censo esistono (e prosperano) i Cracco o gli Alajmo, con menù non convenzionali sia nei piatti che nei prezzi, smisuratamente lontani dall’essere la rappresentazione della crisi economica?

E poi nella versione Andrea Alfieri, il Sempione 42 proponeva antipasti a 15 euro, primi piatti fino a 20, secondi tra i 20-25, non proprio prezzi da taccheggio a Milano.

No, sul fiasco del Sempione 42 servono altre opinioni, perché se è vero che in questo Paese si giustificano gli insuccessi chiamandoli nicchie, dire che quello di Andrea Alfieri è il prodotto indesiderato della cultura gastrofighetta, pare un po’ come iscriversi al campionato di chi la spara più grossa.

[Crediti | Link: Appunti di gola, Mangiare a Milano]