di Massimo Bernardi 31 Agosto 2009

Julia Roberts e le pizze Margherita e Marinara di Michele a NapoliIl divorzio incrina la vita perfetta di Liz, bella, lavoro invidiabile, una grande casa a New York. Lo spiraglio di luce è un anno di viaggio alla scoperta di sé. Prima tappa l’Italia, dove impara l’arte del piacere (e ingrassa di 12 chili). Nella realtà, Liz è la scrittrice Elizabeth Gilbert, e la storia che avete letto appartiene a Mangia, Prega, Ama, Una donna cerca la felicità, in lingua originale Eat, Pray, Love. Best seller da più di 50 settimane nella classifica del New York Times, nonché la pellicola che Julia Roberts sta girando in questi giorni in Italia. L’esordio è stato a Roma, ma a breve le riprese si sposteranno a Napoli. Poteva mancare la scena nella pizzeria Da Michele di via Sersale, che sforna la pizza descritta nel libro come «sotti­le, pastosa, consistente, elasti­ca… con una salsa di pomodo­ro dolce, che spumeggia quan­do incontra la mozzarella…»?

Se Julia Roberts siederà proprio ai tavoli di marmo del locale di Forcella dipende dall’accordo tra la produzione del film e la leggendaria pizzeria. Ha raccontato al Corriere del Mezzogiorno, Antonio Condurro, uno dei soci e  pronipote di Michele: «Non c’è niente di deci­so. Non ci voglia­mo guadagnare, ma neanche perdere. Ab­biamo 12 – 13 operai. Noi soci siamo in 10, tutti parenti. Va bene, la produzione è interessata, ma per noi sono importanti i clien­ti, i nostri lavoratori. Insomma, se dobbiamo re­stare chiusi prima di dire sì bisogna accor­darsi».

Vi state chiedendo come può, una semplice pizzeria napoletana, snobbare Julia Roberts?

L'affollato esterno della pizzeria Da Michele di Napoli

Intanto, Da Michele non è una semplice pizzeria. Fondata nel 1863 dal maestro pizzaiolo Michele Condurro, è tra le più antiche di Napoli, insieme alla Antica Pizzeria di Port’Alba (1830) e alla famosa Brandi (1889). Salvatore Condurro, che è uno dei pizzaioli da oltre 40 anni (quaranta) ci ha spiegato la scelta di servire solo la margherita (con freschissimo fior di latte proveniente ogni mattina da Agerola), e la marinara (con pomodori San Marzano freschi e coltivati nella valle del Sarno) con queste parole: «Le altre, sono pesanti focacce, degenerazioni della vera pizza napoletana. Da noi, niente miscugli forzati, dai nomi ridondanti».

Nella piccola pizzeria ci sono pochi tavoli, appiccicati l’uno all’altro, ma il consiglio, una volta entrati, è di prendere il numero, attendere il vostro turno, scegliere la pizza e consumarla in piedi, appoggiati alla stretta e lunga lastra di marmo che costeggia il muro. D’altra parte «il vero self-service è nato qui e non in America, i passanti, al profumo di pizza, entravano per consumarla in piedi, con le mani: in pochi minuti e con poche lire».

Non avendo letto il libro di Elizabeth Gilbert, mi chiedevo come fossero raccontati Da Michele e gli altri tempi gastronomici italiani inclusi. Qualcuno l’ha letto? Capita con le scrittrici americane, da Frances Hayes in poi, di leggere giudizi esagerati, espressi con lo sguardo accecato dalle nostre bellezze. Qual è per voi il libro che ha raccontato meglio le meraviglie della gastronomia italiana?