di Stefano Caffarri 23 Gennaio 2010

soul kitchenChi ricorda le atmosfere acriliche virate al blu de “La sposa turca” troverà completamente perduta la bussola: Fatih Akin infatti abbandona le immagini crude e graffianti per coinvolgerci in una commedia colorata e rumorosa che racconta ben altro rispetto ad “alta cucina, musica, amore e sesso” che un abile mano ha infilato nel sottotitolo italiano del film. Ci sono solo due punti di contatto: il primo la figura romanticamente inquietante dello chef interpretato da Birol Unel che fu protagonista nella “Sposa”. Una interpretazione sempre e dichiaratamente sopra le righe, ma indubbiamente acchiappante. La seconda il fiume di alcool pesante e cocci di bottiglia che attraversa la pellicola da mane a sera, in un crescendo di relazioni disarticolate.

Dunque Soul Kitchen è una favola: risolta con una magia come nelle favole. La tensione etnica che attraversava la “sposa” con il piglio dell’indagine critica ora appare rilasciata: greci turchi indiani cinesi si accalcano davanti alla macchina da presa senza farci una piega, nella più conclamata delle normalità. Semmai sono gli indigeni ad essere cattivi, anche se nè brutti ne sporchi.

La sfiga di Zinos è così debordante da non essere mai plausibile, ma va riconosciuto il merito ad Akin di non provarci nemmeno. I cattivi che si redimono è un degno finale di tutte le favole. Il tutto al ritmo di una colonna sonora bislacca e meticcia, diagonale ad un Europa contaminata: dal punk ossessivo al sirtaki, passando attraverso blues strascicati e – ovviamente – soul ribollente in vinile. E due o tre risate grasse sono garantite. E magari incontrerai un paio di citazioni colte, da Leningrad Cowboy a L’uomo senza passato di Aki Kaurismaki, a Festen di Thomas Vintemberg.

Poi se volete vedere cosa succede in una cucina di ristorante, guardatevi Ratatouille per la sedicesima volta.