8 cose che stiamo pagando troppo al ristorante

Per salvarsi la serata e anche il portafoglio al ristorante sono stati scritti vademecum a iosa. Pare che il genere riscuota ancora un certo successo.

Le nuove aperture sono numerose, l’offerta delle nostre città si è ampliata al punto che il rischio di finire in ristoranti inadatti alle vostre aspettative è concreto. Inadatti alle vostre tasche, soprattutto. Perché diciamolo amatissimi lettori di Dissapore, da certi ristoranti si esce veramente alleggeriti, se capite cosa intendiamo.

[Cose che accadono nei ristoranti verso cui saremo ostili per il tutto il 2017]

E non a causa della peperonata o dell’anisetta, ma per tutte quelle cose che si ostinano a farci pagare troppo. Ve ne presentiamo 8, abbiamo dimenticato qualcosa?

1. Le ostriche, specie all’Happy Hour

Okay, avete iniziato con il meglio, cioè con le ostriche. Freschissime come devono essere, magari pure della Bretagna. Ma se a volte, sulla Bretagna, si può sorvolare, sulla freschezza proprio no: le ostriche devono “sapere di mare” e vanno presentate sul ghiaccio, fredde e succose.

Se invece le ostriche sanno sì di mare, ma quando il depuratore è rotto, oppure sono asciutte e secche evitatele, e insospettitevi in caso di prezzi troppo bassi.

Quando sono sul menu, fate attenzione anche agli happy hour: assicuratevi che aprano le ostriche solo dopo che le avete ordinate, e che abbiano un aspetto invitante.

2. Il caro dolce

Sì, è vero, chi tiene bassi i prezzi in carta per invogliarvi, e poi vende carissimi tutti gli orpelli, dall’acqua al caffè, e ricarica da paura sui vini, vi ha sempre dato fastidio.

Nello specifico venite spesso intimoriti dai prezzi dei dessert: a fine pasto avreste voglia di qualcosa di dolce ma spesso desistete per mancanza di alternative alla spesa minima di 10 euro.

Certo, alcuni dolci sono complessi quanto un secondo, ma non prevedere qualche entry level per quelli come voi e la contessa nella pubblicità dei Ferrero Rocher, che aveva “un certo languorino; non è proprio fame, è più voglia di qualcosa di buono”, è un errore che i ristoratori dovrebbero evitare.

3. “L’anonima” bistecca

In genere al ristorante non sottilizziamo troppo sui tagli di carne, che spesso manco conosciamo, ci fidiamo del ristoratore sperando che sia “buona”. Anzi, in alcuni locali ci sembra addirittura che la carne abbia prezzi popolari.

Fate attenzione: certi attrezzi (uno dei quali è il classico batticarne) usati dai perfidi cuochi, servono proprio a tirare le fibre e intenerire la carne, anche il pezzo duro e poco pregiato. Ma se andate al ristorante pretendete una bistecca di prima scelta, non una suola rigenerata!

Come si distinguono una dall’altra? Basta assaggiarne un boccone: una suola dopo la cottura ritorna suola. Avvertite subito il cameriere, chiedendo in cambio un bel piatto di scampi.

4. Il piatto (di scampi) per tutta la tavolata

E poi arriva l’oste che ti suggerisce sornione “ci sono degli scampi da urlo: ne portiamo un po’ per la tavolata?”. E magari siete sette o otto amici.

Fate in modo che la risposta sia no, o meglio “ni”:

— No, perché se l’oste ti consiglia un piatto o costa più caro degli altri, oppure ci guadagna di più;
— Sì perché magari gli scampi sono buoni davvero, e se l’oste ci guadagna il giusto che male c’è?

Ma non cedete del tutto: siete in sette? Ordinate gli scampi solo per sei persone: ci sarà cibo per tutti, e non vi sarete fatti lusingare troppo dallo scaltro ristoratore.

5. I vini biodinamici e la birra artigianale

Un tempo, al ristorante, gli appassionati di vino non tolleravano due cose:

— le carte dei vini con ricarichi eccessivi;
— l’assenza quasi totale dei vini cosiddetti biodinamici.

[Al ristorante: 5 errori che facciamo spesso]

Alla fine, tranne in qualche caso esagerato, capivano che il ricarico sul vino contribuisce a pagare stipendi, forniture, bollette, tasse di giacenza della cantina (specie se importante) e via così. Di vini biodinamici, invece, negli ultimi anni, c’è stata una vera invasione, al punto che di fronte alla proposta, si deve guardare il sommelier negli occhi e pregarlo di non portare una schifezza.

Visto soprattutto quanto costa.

Ora applicate la stessa morale alla birra artigianale, ma non se siete persone predisposte agli attacchi d’ira.

6. All’aroma di tartufo.

Olio, pasta, burro. Tutto “al tartufo”. Sì, ma ‘sto tartufo dov’è? Eh, non si vede, vi dovete fidare.

In effetti qualcosa che somiglia al sapore del tartufo si sente, ma di vederlo, il benedetto tartufo, non se ne parla proprio. Per lo più è un aroma ricavato artificialmente, spesso dalle lamelle dei funghi Portobello –varietà di champignon dalle dimensioni più grandi– che una volta essiccate ricordano l’aroma. Niente tartufi, peccato.

Un buon indicatore della presenza di tartufo è il prezzo: un piatto con quattro o cinque grammi di tartufo può costare dai 30 ai 150 euro, a seconda del locale, dell’andamento del mercato e del periodo dell’anno. Quando si spendono tanti bigliettoni per un piatto di tagliolini al tartufo, i tartufi li volete vedere, profumati e invitanti dentro il piatto, e non evaporati nell’olio o nel burro.

7. I fuori menu proposti al tavolo

camerieri

La tartare come antipasto era divina, per non parlare della tuma con il miele. Caro cameriere ci hai proprio convinti. Come dici? Conquistata la fiducia ora ci consigli due secondi fuori menu? Hey, hey, hey cameriere, guardami: ci hai presi per polli da spennare?
Sì, certo, desideriamo la carne cotta sopra la pietra dell’Himalaya, ma desideriamo soprattutto sapere quanto ci costerà. Sappi che se è cara come il fuoco non vedrai mai più i nostri bei faccini.

Che sia il menu del giorno di una trattoria, o una proposta extra in un ristorante top, ricordate sempre che sapere prima quanto spendete è un vostro diritto.

8. Il vino della vergogna

Come l’ultimo boccone che vi vergognate di finire timorosi di essere scambiati per un crapulone morto di fame. Idem per il vino. Se siete in un ristorante fighetto ne ordinate uno costoso per non fare la figura di quello che non sa stare al mondo.

Invece guardate che no, non dovete dimostrare niente a nessuno: per una buona bottiglia di vino non dovete spendere per forza 50 euro. Spiegate al sommelier che vino gradite e quanto volete spendere. Se conosce il suo lavoro apprezzerà la schiettezza e vi consiglierà come se aveste ordinato una bottiglia da 500 euro (quasi).

Altrimenti, la prossima volta, sapete in quale ristorante non andare.

Cinzia Alfè Cinzia Alfè

4 dicembre 2017

commenti (6)

Accedi / Registrati e lascia un commento

  1. Articolo pregevolissimo e ben articolato.
    Effettivamente i “rischi” paventati sono sempre all’ordine del giorno al punto che spesso capita di uscire da un locale con la “testa pesante” ed il “portafogli leggero”, mentre l’deale sarebbe l’opposto.
    Che fare di fronte a queste situazioni ?
    Ben poco, tranne qualche garbata rimostranza con la certezza di non ottenere nulla.

  2. Perchè continuate a inserire nei pezzi dei riferimenti al biodinamico senza specificare con chiarezza che si tratta di ridicole pratiche medievali?

    1. Pensa che c’è persino chi pratica usanze che taluni indicano persino derivare da periodi preistorici… tipo mescolare farina lievito ed acqua e poi scaldare ad alta temperatura…. preistorici…

    2. Liquidare l’agricoltura biodinamica come “ridicole pratiche medioevali” denota una spaventosa ignoranza. Studi e si documenti un po’ prima di dire monate di questo tipo

    3. Effettivamente vorrei conoscere un “intenditore” di vino che se sulla carta non trova neanche un biodinamico esce sdegnato dal locale 🙂
      E vorrei anche chiedere a chiunque chieda o consumi un vino “biodinamico” se sa quali siano i requisiti “colturali” (o culturali ?) per definirlo tale

  3. Ma se siamo in sette e di scampi ne prendiamo per sei… poi non è che c’è quel famoso +20% di ricarico per via del piatto condiviso che ai ristoratori non piace granché?

«
Privacy Policy