Cari chef, quando la smetterete di raccontare frottole a noi giornalisti (e ai lettori)?

Quando si risponde alla domanda di un giornalista bisognerebbe farlo con la massima sincerità e serietà, perché l'interlocutore ultimo non è lui, ma il lettore. E se a mentire è uno chef, la bugia è rivolta pure ai suoi clienti.

Cari chef, quando la smetterete di raccontare frottole a noi giornalisti (e ai lettori)?

Quante difficoltà ci sono dietro alla chiusura di un ristorante? Quanti accordi presi, fornitori da pagare, conti da saldare, progetti nuovi da lanciare senza lasciarsi nulla di aperto alle spalle? Dio solo lo sa, o meglio, lo sanno i ristoratori. Noi, da qui, possiamo solo immaginare quanto possa essere delicata una fase transitoria di questo tipo, soprattutto quando si hanno stelle e reputazioni da difendere. Però, sarebbe ora di dirlo chiaramente, mentire è inutile, e pure controproducente.

No, non stiamo parlando del Noma di René Redzepi, che pure al netto di tutti i giudizi che si possono dare è al centro di una polemica di proporzioni gigantesche (di quella che solo l’epoca dei social è in grado di generare), molto incentrata sulla figura dello chef (che infatti ha fatto un passo indietro), e che forse richiederebbe una serie di riflessioni più ampie, sull’intero sistema che ha coperto le storture di un settore che in molti conoscevano e intuivano, e sulle ripercussioni che questo enorme processo alla persona può avere.

Non stiamo parlando di questo, ma del modo in cui molto spesso ristoranti e ristoratori trattano con la stampa il tema delle loro chiusure, o dei loro cambiamenti. Vi facciamo qualche esempio.

Chiudi o non chiudi? Basta dire la verità

Qualche settimana fa vi abbiamo parlato di quella che sembrava una piccola debacle dei ristoranti veneti di fine dining. Qualche voce di chiusura, qualche voce di crisi, tutte insieme come era già successo per dire a Torino un po’ di tempo fa.

La collega, come è corretto fare, a fronte di qualche rumors ha fatto un giro di telefonate per sapere cosa ci fosse di fondato e di vero. Tra gli altri, un caso abbastanza eclatante era quello di Matteo Grandi, con il suo Matteo Grandi in Basilica. Interrogato da noi sulla situazione, ha parlato di “malintesi o malelingue”, e anzi ha rassicurato la collega sul fatto che avevano già le prenotazioni pronte per la riapertura, altro che chiusura definitiva.

La storia della chiusura del Circolino di Monza ha due versioni divergenti La storia della chiusura del Circolino di Monza ha due versioni divergenti

E invece, guarda un po’, avevamo ragione noi. A distanza di un nano secondo, ecco comparire un post social che parla di una chiusura e annuncia un non meglio specificato “nuovo percorso”.

 

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E allora scusate, ma una domanda sorge spontanea: perché mentire? E soprattutto: ma voi, cari chef, ve ne rendete conto che quando mentite non state prendendo in giro noi, ma i nostri lettori, e dunque i vostri clienti?

Le ragioni del silenzio

Lo abbiamo premesso: non è che non capiamo le ragioni del silenzio, e pure quelle di qualche non detto. Sono molteplici, complicate e pure comprensibili. A volte c’è un’esclusiva con un giornale. A volte, appunto, semplicemente delle trattative in atto. Insomma, non si vogliono mettere i manifesti, o si aspetta il modo giusto di dire le cose, attraverso un comunicato stampa o un post social.

Non dubitiamo quindi che Matteo Grandi avesse le sue ragioni a dirci una cosa per poi dirne immediatamente dopo un’altra, e come lui crediamo le avessero i tanti altri casi che ci sono capitati in passato (perché ce ne sono capitati spesso).

Però. Il però è che se ti chiama un giornalista, e ti fa una domanda, e tu sai che ti sta bruciando l’annuncio della chiusura, forse faresti meglio a dire la verità, finanche a chiedergli di aspettare un attimo i tuoi tempi, magari concordandoli insieme. Tutto è fattibile. Quello che non si può e non si dovrebbe fare, è raccontare una verità diversa da quella che si tira fuori a distanza di un paio di giorni. Perché lì il problema non è solo quello del giornalista, che si sente raggirato, ma anche il lettore, che ha avuto un’informazione rassicurante da un giornale, che ha riportato la viva voce dello chef, per poi ricevere una notizia che dice esattamente il contrario di quello che aveva letto.

E allora perché? Il punto, al solito, è che non si può pensare che i giornalisti siano solo coloro che riportano i comunicati stampa, o che rispondono quando li chiami per dare una notizia, o per proporre un’intervista. Certo che siamo anche quello, e ne siamo solitamente felici, è parte del nostro lavoro. Così come lo è – prima di tutto – riportare ai lettori informazioni il più possibile corrette e verificate. Ecco, se magari ci aiutaste a farlo, quando vi interpelliamo, credo che ne gioveremmo tutti, e prima di tutto le persone che ci leggono (che sono poi quelle i clienti dei ristoranti), qui o sui social.