di Nunzia Clemente 26 Ottobre 2016

A patto di essere dotati di una buona connessione web, il food delivery, vale a dire la consegna a domicilio del cibo via app, si sta rivelando una delle attività più redditizie. Uno studio di Morgan Stanley Research ha calcolato che nei soli Stati Uniti, il settore vale oggi 11 miliardi di dollari l’anno, ma nel lungo termine può arrivare a valere fino a 200 miliardi.

A dividersi questo mercato oggi sono principalmente 5 colossi:

Foodora: la multinazionale tedesca che recapita i piatti di 6.500 ristoranti in 10 stati con un corriere in bicicletta (corriere non sempre soddisfatto delle condizioni di lavoro come abbiamo visto di recente)

Deliveroo: società inglese creata nel 2013, riceve gli ordini sul sito e i corrieri trasportano il cibo dai ristoranti ai clienti

Just Eat: agisce come intermediario tra il ristorante e i clienti, è quotata in Borsa, ha sede a Londra e opera in 13 Paesi

Prime Now: dalla app di Amazon si possono acquistare migliaia di prodotti, da quelli alimentari ai regali

Facebook: anche il più grande social del mondo consente la spedizione, per ora solo negli Usa con Delivery.com e Slice.

A questi si è aggiunta da poco Uber, la celebre app dei tassisti fai da te, che ha esteso il suo business con UberEATS (su iOs e Android), servizio portato da oggi, dopo Amsterdam, Londra, Parigi e Bruxelles, anche a Milano.

Per capirsi, stiamo parlando di un servizio di consegna pasti a domicilio attivo 7 giorni su 7, senza minimo d’ordine e spese di consegna all’interno dell’area della Circolare Esterna milanese.

Ma come funziona esattamente? Al solito, i protagonisti sono i corrieri.

Per diventare corriere UberEats basta iscriversi al sito, a patto di soddisfare alcuni requisiti. Bisogna essere maggiorenne, avere uno scooter con i documenti in ordine, essere capaci di sollevare un pacco di 15 chilogrammi. Una volta conclusa la registrazione al portale, gli aspiranti driver vengono chiamati alla sede fisica per un controllo.

Ma non pensate ai corrieri di JustEat, Foodora e Deliveroo: i driver UberEats non hanno divisa, né obblighi di lavoro (ma nemmeno garanzie).

Infatti più che sharing economy si parla di gig economy, l’economia dei lavoretti, quelli che servono per arrotondare le entrate.

Il corriere, quando può collaborare, comunica la propria disponibilità e la posizione in cui si trova, attraverso l’applicazione. Una volta effettuata la consegna torna alla vita normale. I pagamenti, a consegna e chilometraggio, avvengono una volta la settimana sempre attraverso l’app, che a sua volta attinge alla commissione trattenuta ai ristoranti che aderiscono.

In altre parole, i ristoratori si pagano le consegne con l’aiuto della nuova piattaforma.

Una formula in apparenza gradita: diverse centinaia di persone si sono già registrate al sito come aspiranti fattorini, sono soprattutto studenti in cerca di un lavoro non vincolante con cui arrotondare.

Invece, ai clienti di UberEats farà piacere sapere che, nelle 44 città dei 13 Paesi in cui il servizio UberEATS è attivo, il tempo medio per la consegna è di 34 minuti.

E soprattuto che almeno per i primi tempi, il servizio sarà gratuito: in pratica si paga soltanto il prezzo del cibo acquistato. Dopo le prime settimane di test, tuttavia, ci sarà un costo da sostenere.

Anche se non abbiamo ancora deciso quanto, ha spiegato Carlo Tursi, general manager di Uber Italia.

[Crediti | Link: La Stampa]