C’è stato un periodo in cui da RAZZO era impossibile prenotare, se non muovendosi con un certo anticipo. Torino è così, probabilmente come altre grandi città, più facilmente anche più di altre: una città che non segue le mode, ma che quando ne trova una l’abbraccia con una forza quasi soffocante. Ci sono i posti che piacciono ai Torinesi, a volte più prevedibilmente, a volte inspiegabilmente.
A volte posti fighetti, più facilmente posti pop o finto pop. A volte l’amore è lungo e duraturo, altre, come accade nella vita, è una fiammata e basta. Sta di fatto che a Torino, almeno per un po’, quei posti si riempiono sistematicamente di persone. Tutti vogliono andare lì, e guai a provare a fargli cambiare idea, mentre i colleghi ristoratori – anche quelli bravi – un po’ rosicano, che loro una coda così di clienti mica ce l’hanno mai avuta. Ma non è che si seguano le mode, qui a Torino. Sia mai, che cosa cheap anche solo all’idea. Qui le mode si vogliono creare, ed è per questo che tutti vanno lì, con l’idea di essere progenitori del successo di quel luogo.
Succede a Condividere, per esempio, che nonostante il tempo passi non smette di avere liste d’attesa infinite. E un tempo succedeva a RAZZO (scritto proprio così, tutto maiuscolo), un localino messo in piedi dal giovane Davide Di Stefano, che per molti Torinesi era diventato una destinazione abituale.
Perché RAZZO ha avuto così successo?

RAZZO, a un certo punto, era quel posto dove ritornava spesso perfino chi – come chi scrive – fa un lavoro che la costringe in qualche modo a provare sempre cose nuove, sedendosi di rado due volte alla stessa tavola. Da RAZZO sì, si tornava ogni volta che si poteva, che ce n’era l’occasione, e si usciva sempre super felici.
Perché RAZZO aveva una formula ultra torinese, alla fine, una formula non distante – fatte le dovute differenze – da quella delle piole tradizionali o da quella di Condividere, o anche da quella di altri due mostri sacri (in termini di successo) della ristorazione torinese, Consorzio e Scannabue. RAZZO era quella cosa che, nell’eterno confronto che i Torinesi fanno con la vicina capitale del business, a Milano non c’è. Un posto dove mangiare bene, molto bene, e spendere una cifra onesta, proporzionata, talvolta perfino sottodimensionata rispetto alla proposta.
Tre corse quaranta euro (in origine, se non ricordo male erano 38), otto euro in più se si vuole una portata in più. Il menu, poi, era un menu piacione ma non ruffiano, uno di quelli da cui vorresti ordinare qualsiasi cosa, e dunque poi sei costretto a tornare per farti passare la voglia. Lo firmava Niccolò Giugni, giovane chef ora da Fiammetta Brace Bar (altro posto piuttosto in hype a Torino), bella mano e voglia di leggerezza nei piatti: ci si divertiva, da Razzo, e contemporaneamente si mangiavano cose anche complesse. Ma soprattutto, ci si divertiva, assaggiando cose diverse in un’esperienza di quasi fine dining a prezzi pop, accompagnata da una bella carta vini, probabilmente ai tempi sovradimensionata, tanto che facilmente da RAZZO uscivi spendendo quasi più per bere che per mangiare. Ma di certo bevevi bene.
Com’è il nuovo chef di RAZZO

Ad un certo punto di RAZZO si è parlato un pochino meno. Il locale continuava a funzionare, ma insomma, si trovava più facilmente posto, e anche noi ci siamo tornati più di rado. Non c’era un motivo reale, probabilmente, visto che la formula era sempre la stessa. Forse un pochino di sana stanchezza, che ti fa rientrare nella normalità dopo anni straordinari.
Ed è stato allora che RAZZO ha fatto qualche cambiamento, prima rinnovando gli ambienti e poi, ohibò, cambiando chef.
Da pochi giorni alla guida di RAZZO c’è il giovane chef Andrea Turchi, che arriva da Maison Capriccioli, dove aveva lavorato in coppia con Christian Mandura. Una cucina molto orientata alla materia prima di mare, e un’impostazione molto rigorosa, sicuramente da fine dining.

Il rischio era probabilmente che lo fosse un filo troppo per un posto come RAZZO, che nasceva proprio come un fine dining pop, mescolando due mondi e tirandone fuori un format nuovo e diverso, almeno per Torino.
La verità è che Andrea Turchi questo pare averlo capito, e averlo fatto suo con una proposta di cucina che non tradisce la storia del locale. Il menu (44 euro per tre corse, 52 per un piatto in più) propone cose golose come i polipetti alla luciana o i plin di rombo al sugo d’arrosto (molto buoni) o ancora gli agnolotti di faraona con fondo di peperone arrosto e alloro (buonissimi) e cose apparentemente più complesse, ma in bocca semplici, come le animelle con insalata alla brace (sfiziose). Insomma, lo chef sembra avere fatto un passo indietro in funzione del rispetto del luogo, mettendosi al servizio di RAZZO e della sua clientela. Il tutto funziona, ed è un po’ come non essersi mai fermati.

Piccola parentesi per la carta vini, che sembra invece inspiegabilmente cambiata: se un tempo RAZZO era il luogo di una proposta nuova, molto naturale, giovane e interessante, a una prima visita lo sembra un po’ meno, tra temperature di servizio così così e scelte che non ci hanno troppo convinto. Magari è stato un caso, magari no, ritorneremo.
Ed è qui, forse il punto chiave: ritorneremo da RAZZO? Sì, ritorneremo, perché ne vale la pena, anche se probabilmente non lo faremo con l’entusiasmo e la frequenza con cui lo facevamo qualche anno fa. Ma d’altra parte non lo facevamo più neanche prima, e allora non è una questione di cucina, di chef o di locale. Andrea Turchi non toglie nulla al RAZZO firmato Niccolò Giugni, e anzi, probabilmente aggiunge qualcosa in termini di tecnica e di rigore esecutivo. La questione, come si dice nelle migliori coppie che si lasciano, forse siamo noi, che siamo cresciuti, e siamo andati oltre quel tempo lì. Forse, semplicemente, a volte siamo Torinesi, e siamo un po’ felici di dettare le mode, più che di seguirle. Ma voi da RAZZO andateci, che starete bene.
