di Cinzia Alfè 8 Giugno 2016
Enoteca Pinchiorri, Federico Ferrero

“Dilettante”. Ma anche “Pagliaccio”.  “Incompetente e arrogante”. “Barillino”. “Vergognoso che uno qualunque si permetta  di recensire un tre stelle!” “Ed è pure stato pagato!”. “Buffone”. “Persona orribile”. “Di uno così non ci si può fidare!” “Supponente, maleducato e arrogante”,

Seguono commenti vari di scherno e di gogna mediatica via social network.

Ma chi è il nostro, colui che così tanti attestati di stima si è meritato nei meandri della rete, ma soprattutto, che cosa ha fatto, per meritarsi tutto questo?

Beh, il nostro è Federico F. Ferrero, vincitore di Masterchef 3.

Uno che forse nella vita non avrà fatto sempre il critico gastronomico, e questa gliela si potrebbe ancora perdonare, ma sopratutto ha osato, lui, dal basso della sua semplicità, recensire su La Stampa il tempio del gusto, l’immortale meta dei fighetti, il posto di cui potersi riempire la bocca dimostrando che noi di cibo ce ne intendiamo, e di cibo raffinato, mica da osteria.

E il tempio recensito è l’Enoteca Pinchiorri di Firenze. Come a dire, David contro Golia, il tempio dei gourmet contro il barillino (riferito evidentemente ad un suo passato in casa Barilla, ovvove).

Il povero Ferrero ha avuto cioè l’ardire non solo di andare a recensire un tre stelle, lui, nella sua nullità assodata da foodblogger e esperto gourmet via tastiera, ma si è permesso di stroncare, di fare cioè presente alcune  sbavature, alcune imperfezioni riscontrate sia nel cibo che nel servizio, che comunque non ha esitato a definire come ottimo ed eccellente.

E cos’ha scritto di tanto esecrabile, il nostro, nella sua recensione?

Ha scritto che in un tempio del gusto quale quello condotto magistralmente da Annie Fèolde e da suo  marito Giorgio Pinchiorri, detentore ininterrottamente da 15 anni delle ambite tre stelle Michelin, un posto dove il cliente paga 85 euro per il –soave– piccione in crosta di pane, certe sbavature e imperfezioni non dovrebbero essere contemplate.

Ha scritto che in tanto po’ po’ di location non puoi far porzionare il classico –e celestiale– piccione in crosta di pane dalle timorose e inesperte mani della ragazzetta di bottega, dalla praticante che deve imparare il mestiere, invece che da quelle esperte del cameriere titolato e scafato. Offrendo oltretutto uno spettacolino miserando di bassa macelleria che rischia di lasciarti il boccone di morbido piccione in mezzo al gargarozzo.

Così come non può scapparti la mano del sale manco fossimo all’Osteria del borgo sotto casa.

E non puoi permetterti di continuare a chiedere al cliente se gradisce l’aperitivo quando ti ha già detto e stradetto che no, l’aperitivo non lo gradisce, così come non puoi farlo aspettare dieci minuti per un bicchiere d’acqua.

Ha scritto che nessuno ha provveduto a fornirlo della coppettina colma d’acqua per pulirsi la mani quando le ha dovute utilizzare per degustare un piatto, che nessuno se ne è curato, usa il tovagliolo che ce l’hai e già grazie.

Ha scritto della jella incombente che – toh – proprio quella sera, proprio nel piatto del nostro, ha fatto sì che andasse a  finire un pezzetto del guscio di un pistacchio, errore che manco l’ultimo dei concorrenti  di Masterchef avrebbe potuto vedersi abbuonato senza incorrere nelle ire congiunte della trimurti Cracco Bastianich Barbieri più Cannavacciuolo (ricordate quanto ce l’hanno fatto a fette per un po’ di sabbiolina nelle cozze? Ecco, praticamente la stessa cosa, solo che lì erano gli inesperti e ansiosi concorrenti d una gara tra dilettanti, mentre qui siamo in un tre stelle).

Ha scritto di pancetta acida secondo il suo gusto, e salvia troppo salata. E ha scritto di camerieri troppo ossequiosi e troppo presenti, che ti omaggiano della loro non richiesta presenza mentre tu vorresti degustare il tuo piccione deluxe, ormai imperfettamente porzionato, in santa pace e beata solitudine, senza nessuno che ti auguri “buon appetito”, che manco alla piola della briscola sotto casa lo augurano più.

E, sopratutto, ha scritto di cibo buono, anzi, eccellente, ma a cui è mancato il tocco da maestro, il guizzo di genio, quell’emozione che è lecito aspettarsi in locali come questo, e soprattutto a questi prezzi.

Ecco, di tutti questi delitti si è macchiato Federico F. Ferrero.

Ha recensito il tempio del gusto, tra i preferiti dall’élite gastrofighettiana a prescindere, anche da parte di chi non ci è mai stato (visti i prezzi non proprio alla portata).

Ha riscontrato delle imperfezioni che non ci sentiamo di apostrofare come false e inventate, perché ognuno di noi è innocente fino a prova contraria davanti alla legge, figuriamoci davanti a dei franchi tiratori da tastiera.

Ci ha levato il giocattolo con cui far bella mostra di noi stessi, dimostrando la nostra competenza eno-gastronomica anche se magari non solo non siamo mai stati all’Enoteca Pinchiorri, ma manco a Firenze.

E questo, non glielo si può perdonare.

[Crediti | Link: Facebook, La Stampa]