di Cinzia Alfè 1 Giugno 2016
Joe Bastianich

“In Italia finora ho perso soldi, la speranza è di andare in pareggio, ma niente di più. Qui poi ci sono scogli come le leggi del lavoro e il costo dei dipendenti”.

Così sentenziava amaramente Joe Bastianich in un‘intervista rilasciata tempo fa a Panorama.

E proprio contro uno di questi scogli rappresentati dalle leggi italiane pare sia andato ad arenarsi il suo ristorante a Cividale nel Friuli, il rinomato Orsone.

Uno scoglio con la faccia torva e le adunche mani del fisco italiano che contesta al nostro Bastianich un’evasione fiscale di alcune centinaia di migliaia di euro.

Nei guai, per ora, non è finito il tycoon direttamente, ma due legali rappresentanti della sua società, insieme a due funzionari dell’Esra, l’ente regionale per lo sviluppo rurale, che avrebbero chiuso un occhio, o anche due, sui fatti contestati.

Quali sono questi fatti?

Semplice. Il ristorante Orsone è stato inquadrato sin dalla nascita, fiscalmente e legalmente, quale “agriturismo”, godendo quindi dei notevoli vantaggi fiscali di queste categorie di esercizi.

L’agriturismo però ha dei requisiti ben precisi per poter essere qualificato come tale, sia per quanto riguarda i giorni di apertura, sia per le pietanze servite, che devono prevalentemente arrivare dalle coltivazioni dell’azienda stessa.

E se quando ha aperto i battenti l’Orsone poteva (forse) essere in possesso di tali requisiti, li ha poi persi per strada con un afflusso sempre sempre crescente di clienti.

Fatto sta che Bastianich, tramite il suo avvocato, fa sapere di avere presentato a tempo debito richiesta di variazione della categoria commerciale dell’Orsone, da agriturismo a normale esercizio commerciale, ma che il tutto si sia poi arenato, o meglio impantanato, nelle lungaggini della burocrazia farraginosa (e come non credergli, sant’uomo…).

In effetti, sembra improbabile che chi possiede la bellezza di 25 ristoranti sparsi in giro per il mondo, che dà da mangiare a circa 3000 persone e che ha redditi annuali dell’ordine di 15 milioni di dollari si avvalga, per la gestione delle sue attività, di tecnici incapaci classificare correttamente le sue fruttuose attività o, peggio, che cerchino scappatoie fiscali così ingenue.

Se davvero il nostro avesse avuto intenzione di fare deliberatamente ciò di cui lo si accusa, cioè di aver sottratto palate di imposte al Fisco italiano, sarebbe sicuramente stato più accorto, anche nella scelta dei collaboratori, di questo siamo certi.

Come siamo anche certi della sua agilità ed elasticità commerciale. Perché, come dice lui stesso “Non devo giustificare moralmente ogni mia decisione a tutto il mondo”.

Però al fisco, sì.

[Crediti | Link: Il Gazzettino]