Lo scandalo del Noma non rivoluzionerà le cucine tossiche del fine dining

Ci sono due grandi motivi perché quello che sta succedendo con le accuse a René Redzepi e all'ambiente del Noma non rappresenta affatto la rivoluzione culturale che stavamo aspettando.

Lo scandalo del Noma non rivoluzionerà le cucine tossiche del fine dining

Se pensiamo che la vicenda del Noma di René Redzepi e delle denunce delle violenze subite in cucina stia operando una rivoluzione etica nel settore be’, allora siamo davvero degli allocchi.

La premessa è forse un tantino forte, ma la verità è che quello che sta accadendo con le accuse lanciate da Jason Ignacio White e da altri ex dipendenti del Noma, con le ammissioni di Redzepi e pure con il suo clamoroso passo indietro non cambierà di una virgola – purtroppo – un sistema che evidentemente esiste, e che giustifica, ha sempre giustificato e continua a giustificare una certa durezza (finanche quando sfocia in abusi psicologici o fisici) in un mondo “maschio” come quello delle cucine di un certo livello. Motivo per cui, forse, le donne non sono mai state davvero parte della competizione. Ma questo è un altro discorso.

La “lista nera” di René Redzepi: se esiste, allora significa che c’è un sistema La “lista nera” di René Redzepi: se esiste, allora significa che c’è un sistema

Quel che qui si vuol dire è che eravamo già ingenui prima a credere che potesse essere vero un mondo del fine dining diverso da quello che più o meno tutti conoscevamo (o ne avevamo sentito parlare, o lo avevamo visto in tv), fatto di urla, minacce, insulti, bullismo. Ci avevano detto che le cucine non erano più quella roba lì, man mano che di tanto in tanto serpeggiava qualche voce che raccontava la storia di quello chef o di quell’altro.

Non ovunque avvenivano violenze fisiche, sia chiaro. Come in ogni famiglia di due generazioni fa, per dire, non tutti gli uomini prendevano a schiaffi le loro mogli. Ma chi lo faceva veniva socialmente accettato, perché la famiglia era quel contesto lì, quello in cui comandava il padre, la donna accudiva i figli e cucinava, e grazie se ti faceva, a te donna, la concessione di trattarti amorevolmente.

Le famiglie erano queste, settant’anni fa, ed è stata lunga e difficile la rivoluzione culturale che ha portato a cambiarle. Anzi, non è ancora finita, a dire il vero. Possibile dunque che farla in cucina abbia richiesto la metà della metà del tempo? Eppure, se senti chiunque, quelle atmosfere lì sono una cosa che appartiene al passato, ora è tutto cambiato, dicono gli chef quando interpellati. Soltanto che quell'”ora” non ha neanche avuto il tempo di imporsi come presente diverso, quindi è realmente impossibile che sia totalmente diverso dallo “ieri”.

Davvero potevamo pensare che fosse stata messa in atto, autonomamente e in pochissimo tempo, una rivoluzione culturale tale da cambiare il modo in cui da sempre si governavano la maggior parte delle grandi cucine del mondo?

No, e il caso di René Redzepi lo dimostra e lo evidenzia. Perché neanche sta volta, chiariamocelo bene, siamo di fronte a una rivoluzione del sistema.

Eccessiva personalizzazione: come si andrà oltre Redzepi?

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Abbiamo individuato il colpevole, ed è René Redzepi. Lui, che è stato a lungo lo chef numero uno al mondo, l’inventore della nuova cucina nordica, è un po’ il cattivo perfetto, no? Di successo, incline alla rabbia per sua stessa ammissione, glaciale come un nordico sa essere. Scherzi a parte, le accuse nei suoi confronti sono forti, e meritano ovviamente di essere prese molto sul serio e anche di essere riportate dai giornali di tutto il mondo.

Ma qui non c’è solo il tema che, nell’epoca dei social, tutto si trasforma in una battaglia contro una persona, in una shitstorm violentissima in cui si spara a zero contro il singolo, che non ha più nessuno scudo, perché quello scudo che un tempo proteggeva la sua persona gli è stato – più o meno consapevolmente – tolto dalla sovraesposizione Instagram.

Dovremo ricordarcelo, quando parliamo del caso di Redzepi, quanto è violento il popolo sul web e quanto ancora poco sappiamo di come difenderci da tutto questo, quando la popolarità virtuale improvvisamente crolla e si trasforma, con una forza proporzionale uguale e contraria, in sdegno. Perché seppur colpevole, anche il peggior criminale ha diritto a una difesa e a un processo equo, dentro e fuori dai tribunali. E pure a una riabilitazione, una volta scontata la sua pena.

Personalizzare la battaglia contro la violenza in cucina mettendoci la faccia di uno degli chef numero uno al mondo funziona, certo, ed è anche piuttosto facile da fare. Ma una battaglia, quando è rivolta contro una singola persona anziché contro un sistema, perde di forza, perché basta punire quella persona, farla fuori dal sistema, per pensare che sia tutto risolto, quando invece, evidentemente non lo è.

Poca partecipazione alle proteste, non poca solidarietà al Noma

Quanti stanno davvero partecipando alle denunce contro René Redzepi? Non moltissimi, sembra. Il Noma raccoglieva svariate volte l’anno centinaia di stagisti, il che significa che da quelle cucine sono passate migliaia di ragazzi e ragazze. Oggi qualcuno di loro parla, qualcun altro tace e qualcuno difende René Redzepi e il Noma.

Ciò non significa che le accuse di anche solo uno degli aspiranti chef passati da lì sia poco meritevole di considerazione. Per nulla. Ogni singola denuncia merita di essere presa sul serio, e di essere ascoltata, come in effetti si sta facendo. Ma, a conti fatti, sono in pochi ad accodarsi al seguito di Jason Ignacio White, e anche le immagini delle proteste organizzate al pop up del Noma a Los Angeles restituiscono una partecipazione non proprio spettacolare.

Cosa significa questo? Significa, appunto, che il sistema non è rotto. Che la rivoluzione non è avvenuta. Che a seguito fosse anche di una decina (erano molte di più) di denunce di violenza, nessun collega ha pensato fosse giusto lottare spalla a spalla per difendere il diritto a un posto di lavoro giusto, sicuro, pagato e sano. No. In molti, invece, si sono affrettati a raccontare la loro esperienza al Noma: dura sì, ma formativa come poche. D’altra parte si sa, ai tempi era così, si è sentito ripetere in un loop giustificativo di un ambiente tossico che racconta perfettamente quanto lavoro ancora ci sia da fare.

In pochi hanno davvero espresso solidarietà a un indifendibile René Redzepi, ma in pochi, altrettanto, hanno espresso solidarietà a Jason Ignacio White e ai ragazzi che hanno denunciato.

Il problema non è René Redzepi, il problema è il sistema. Il problema sono gli altri chef che urlano, picchiano, insultano, bullizzano. Perché ci sono, lì fuori. Il problema è una cultura che ancora serpeggia, e che è vero che sta cambiando, ma non è vero che è stata rivoluzionata.  Il sistema non è crollato, ed è ancora lì a fare la guardia. Meglio non parlare, perché poi magari si finisce nella lista nera. Oppure inutile parlare, tanto vale stare zitti perché non c’è niente da dire, perché va bene così, è così ovunque, l’ambiente duro serve a crescere, e in fondo magari quell’ambiente è un po’ anche quello che creo io oggi nelle mie cucine, perché alla fine mi è stato insegnato così.

Questa non è una rivoluzione, non lo è per nulla. Questo è un episodio, che si sta trasformando in una caccia all’uomo. Ed è un peccato per molte ragioni.